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Ultimo aggiornamento: Mercoledì 13 Dicembre - ore 23.19

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La farisea

di Chiara Bodrato

La farisea

- Nessuno, più di lei, è ai miei occhi, l’incarnazione dell’ipocrisia.
Legge le vite dei santi quasi in continuazione, sente Radio Maria per molte ore del giorno, cita padre Livio sulla punta delle dita, va alla messa ogni mattina e cova l’odio e il rancore nel suo cuore.
È abile nel nascondere la sua vera indole, solo chi la conosce da vicino o è capace di penetrare certi suoi atteggiamenti può scoprire questi aspetti.
Io la conosco da vicino perché sono stata la collega di suo marito, che riposi in pace, dopo un supplizio durato per due decenni, voglio dire il tempo della sua vita con lei che non
esito a definire un’“erinne” cristiana.
“E così sta arrivando il gran giorno per te, Mario!” c’era una punta di ironia nelle mie parole.
“Lo so che non approvi la mia scelta e neppure la bambina è contenta ma io ho bisogno di qualcuno che mi tenga in ordine la casa e che segua mia figlia Rita nei compiti... nonché mi sia compagna di vita...”
“Rita ha solo sette anni, forse si abituerà... È vero, Mario, a me non piace quella donna, mi sembra Aletto!”
“Ecco che torni a mescolare la mitologia alla vita reale... addirittura la identifichi con una delle furie, quella che non ha requiem!”
“Comunque mi guarderò bene da usare questo appellativo in sua presenza, scatenerei una tempesta dalla quale non mi salverei più...”
“E coinvolgeresti anche noi!”
Rita pianse tanto per il matrimonio di suo padre, si sentì abbandonata, messa da parte. Io cercai di consolarla ma con poco risultato. Quello che avevamo previsto si avverò: Aletto non lasciava spazio a nessuno. Aveva sempre il muso e raramente parlava, solo quando don Pier Carlo, il suo parroco, andava a benedire nel tempo di Pasqua, tutta la verve di Aletto veniva fuori, parlava con il parroco, solo lei, e faceva dei discorsi degni di un grande teologo! Don Pier Carlo ne era entusiasta ma le parlava solo una volta all’anno!
Aletto provò ad imporre a suo marito di non ricevermi in casa loro, non ci riuscì anche perché, in quel tempo, ero loro molto utile. E solo per questa ragione Aletto mi sopportava.
Devo ammettere che la cosa era reciproca.
Di qualsiasi cosa Aletto avesse bisogno da me non esitava ad usarmi ma passava attraverso Mario, se era lui a chiederlo, era diverso.
Rita cresceva, era tanto bella, forse troppo bella con un carattere esuberante e in mezzo a brutte compagnie, era anche molto brava nel far di conto ed era stata assunta come ragioniera in comune, non aveva però un contratto a tempo indeterminato.
Passarono come un soffio vent’anni. Mia zia Margherita, che io amavo e continuo ad amare molto, passò da questo mondo, io dovetti lasciare la casa di Viale Garibaldi, senza tanti complimenti mi misero sulla strada ed andai a finire, dove sono ora al Canaletto.
Mario e sua figlia mi furono molto vicini, mi aiutarono in ogni modo e io ne fui loro sempre riconoscente. Aletto continuava a tenermi il muso, il piffero come lo chiamava Rita.
Otto anni dopo che mia zia Margherita aveva lasciato questo mondo, Mario si sentì male in ufficio. Sorella Morte lo aveva colto all’improvviso, bene per lui, era pronto per un simile passo, con la sua fede genuina e la sua viva speranza.
Dalla sua morte le cose cominciarono ad andar male per me. Aletto pretendeva un posto, visto che suo marito era morto per cause di servizio.
Pretendeva il mio posto e si adoperava perché io fossi collocata a riposo nonostante non ne avessi l’età, e quindi non c’era legge che potesse consentire il mio licenziamento.
Il direttore del personale propose ad Aletto di rinunciare alle pretese su un posto e di lasciar campo alla figlia che aveva un lavoro, si, ma che era precario.
“Lo avevo pensato anch’io, signor direttore. Ci sarebbe un posto libero per Rita?”
“Sì, potrebbe affiancarsi ai baristi per ora... comunque sarebbe un lavoro fisso e ben retribuito, meglio di quello che ha ora.”
“Grazie, signor direttore, grazie!”
Tirò fuori dalla borsa un fazzolettino ricamato e si asciugò gli occhi.
“In tutta onestà, signor direttore, io devo dirle come stanno le cose, per non disonorare il nome del mio caro Mario.”
“Mi dica, signora, l’ascolto.”
“La figlia di Mario, Rita ha un passato di drogata, non sarebbe bene entrasse in questo ambiente in special modo per le compagnie che ancora frequenta... piuttosto mio nipote, che io chiamo il bambino, lui, sarebbe l’ideale per quel posto... ed anche Mario sarebbe contento!”
“Mi dispiace sentire tutto questo signora, ad ogni modo la figlia potrebbe far ricorso se prendessimo un altro al suo posto, un posto che va di diritto ad un membro della famiglia
del defunto signor Mario.”
“Nessuno potrebbe far ricorso. Il posto spetta alla moglie prima che alla figlia!”
“Ma se lei stessa ha proposto suo nipote...”
“Per il posto di barista, si, per quello, ma c’è un altro posto che si renderà libero e là io potrei inserirmi, ho tutte le qualifiche.”
“Ne sa più lei di me, cara signora, di quale posto si tratterebbe?”
“Di quello occupato al presente dalla Bodrato. Ha raggiunto i limiti di età e dovrà lasciare.”
“Non mi pare. Comunque lei dice che ha le qualifiche per quel posto. Conosce almeno tre lingue straniere?”
Aletto fu colta di sorpresa. Si guardò in giro e fece il muso, come era suo solito fare quando non sapeva dove andare a parare il colpo.
“Ah, no... ma... potrei impararle!”
“Ci vorrebbe troppo tempo! Suo marito le ha lasciato un patrimonio in denaro con la sua liquidazione, anche se diviso fra lei e la figlia di lui, resta una bella cifra... si accontenti,
signora.”
“La liquidazione non spetta solo alla moglie?”
“No, signora. Anche la figlia deve avere la sua parte.”
Aletto si infuriò e il capo del personale chiamò la sua segretaria affinché avesse la cortesia di accompagnare la signora all’uscita.
Con un’astuzia diabolica Aletto fece in modo di impadronirsi di tutto quello che poteva portandolo via alla figliastra.
Rita, con le lacrime agli occhi mi confidò che ormai non c’era più nessuna ragione perché rimanesse alla Spezia.
“Dove andrai?” le chiesi con preoccupazione.
“Vorrei andare in Scozia, ho dei parenti a Glasgow.”
“Te lo sconsiglio vivamente. Fa troppo freddo. Io morivo di freddo anche in estate. È vero che ognuno è diverso dall’altro...”
“No, mi racconti del suo soggiorno là... non basta mai sapere... Potrei anche andare a Firenze, là ci sono degli amici di mio padre, forse più affidabili dei miei stessi parenti.”
“Penso che sarebbe una buona scelta. E poi...”
“E poi?”
“Se ti venisse in mente di continuare gli studi c’è un’ottima università.”
Rita sorrise. Gli studi non erano per in momento nei suoi programmi. Ma vidi che l’idea di andare a Firenze non le dispiaceva.
“Dovrai cercarti un alloggio, non va bene pesare sugli amici.”
“Lo penso anch’io. Oltre all’alloggio dovrei anche cercare un lavoro... è più complicato di quanto mi sembrasse all’inizio...”
“Ma tuo padre non era intimo amico dell’attuale sindaco di Firenze?”
“È vero. Mi ha anche scritto una lettera per farmi le condoglianze. Potrei parlare con lui.”
Passò un po’ di tempo senza che io vedessi Rita e non vidi neanche Aletto.
Si avvicinava il Natale e la vicina di casa di Aletto mi telefonò per farmi gli auguri. Le chiesi di Rita.
“È a Firenze” mi rispose “e sono contenta che sia là. Parlando con la sua matrigna le dissi di invitarla per natale, mi rispose che aveva i suoi e che Rita se ne stesse a casa sua.”
“Ammesso che avesse una casa” aggiunsi.
Poco prima di Natale venne Rita a farmi visita. Era contenta. Mi disse che il sindaco di Firenze le aveva trovato non solo un lavoro ma anche un appartamentino molto grazioso
in Via della Piazzola. Si stava rifacendo una vita e mi assicurò che quello era il suo ultimo viaggio alla Spezia.
“Resta inteso che mi terrò in contatto con lei e tutte le volte che verrà a Firenze sarà ospite in casa mia.”
Fui commossa dal suo invito.

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