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Ultimo aggiornamento: Martedì 12 Dicembre - ore 22.18

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La casa delle Grazie

La casa delle Grazie

- Più che casa poteva chiamarsi villa tanto era grande e circondata da un bosco. Attraverso gli alberi si vedeva il mare e il Santuario della Madonna. Da tanti anni non era abitata, la catena del cancello era arrugginita, le persiane, un tempo verdi, erano in pessime condizioni, eppure, quella casa valeva un patrimonio. Era di proprietà di un certo signor Quinto, famoso in tutta la zona del golfo per la sua avarizia. La gente diceva che costruire quella casa non gli era costato neppure un centesimo. Il signor Quinto aveva lavorato per cinquant’anni con una impresa edile ed aveva la fiducia del padrone che gli aveva lasciato carta bianca. Il risultato fu che, piano piano, tutto il materiale necessario alla costruzione veniva ammassato nel luogo in cui sarebbe sorta la casa e la mano d’opera sarebbe stata data dagli operai dell’impresa, inviati a lavorare alle Grazie.
Naturalmente questo lavoro veniva “pagato” come straordinario cioè concedendo un giorno libero per ogni giorno in cui fosse stato fatto il lavoro per la casa di Quinto.
Vedeva prosperare i suoi affari, il vice capo cantiere era suo ottimo amico ed insieme facevano a chi si appropriava meglio di quello che non era loro.
Venne il tempo di andare in pensione e i due amici non erano affatto contenti, è vero, potevano andare a caccia ma non avrebbero avuto altro e avrebbero dovuto pagarsi le
spese. Quinto provò a chiamare i suoi fedelissimi operai che scattavano ad ogni suo cenno ma nessuno gli rispose, lo tagliarono fuori completamente. Non era più in grado di assecondare ogni loro desiderio e soprattutto non voleva spendere un centesimo. Ingaggiò allora qualche vecchia conoscenza, in totale due uomini di un paese vicino, e li fece lavorare nel suo podere delle Grazie.
Alla fine del lavoro questi reclamarono quanto loro era dovuto ma lui disse:
“Non potete perdere il vostro denaro, solo che ora non l’ho! Devo fare la tomba a mia sorella, poveretta...”
Fare la tomba era la scusa per ogni debito da pagare. In breve si rese inviso a tutti per i suoi mancati pagamenti e si ridusse ad abitare in un piccolo appartamento di Pegazzano, situato sulla salita del Vignale. Ma diventava vecchio ed aveva bisogno di tutti, due sue
nipoti lo accudivano perché aveva loro promesso l’eredità. Il marito di una di queste era molto interessato alla casa delle Grazie e pur di ingraziarsi lo zio di sua moglie, gli portava
ogni cosa. L’altra nipote Teodolinda era poverissima, suo marito era disoccupato e quindi non portava altro che quello che poteva.
“Com’è generoso il marito di Ernesta! Oggi mi ha anche portato la legna per la stufa! Ma tanto a lui la roba la danno...”
“Se la paga gliela danno” gli rispondeva Teodolina “E lui la paga.”
“Ah, io non lo sapevo.”
Ma il discorso finiva lì il vecchio Quinto non tirava fuori un centesimo. Era difficile dirglielo e farsi dare quello che era giusto. Ernesta e suo marito avevano ricevuto la solenne
promessa che sarebbe stati gli eredi. Teodolinda invece non avrebbe ricevuto i beni immobili ma una forte somma di denaro. Non è che Teodolinda ci credesse molto ma le
faceva pena quello zio che viveva in mezzo al sudiciume e con l ‘idea fissa di metter da parte quasi intatti i tremila euro di pensione. Un giorno capitò dallo zio un pronipote con la moglie, le tre figlie e il figlio. Fece una gran festa allo zio e si vantò delle sue figlie e di suo figlio, tutti geni e vincitori di borse di studio. Sua moglie era una bruna con lineamenti marcati, tipica della sua zona di origine: l’Abruzzo.
Lui, Primo, di nome e di fatto aveva fama di essere molto ricco e di essere membro della rediviva società segreta l’alfa beta x. Aveva la dote di Mida: trasformava in oro ciò che
toccava. I suoi suoceri stavano costruendo una bellissima villa all’Aquila e l’idea di Primo era quella di vendere l’eredità dello zio, l’aveva promessa anche a lui, per creare un insieme edilizio alla periferia della città. Visto che era accolto così cordialmente Primo veniva spesso dallo zio Quinto e trattava dall’alto al basso le cugine alle quali dava del lei per tenerle a dovuta distanza.
Nel novembre 2007 lo zio Quinto passò all’altro mondo, non mi sento di dire a miglior vita perché tutto quello che aveva fatto qui non indicava niente di cristiano e nessun amore
verso gi altri, comunque i conti con Dio erano i suoi. Quando il notaio lesse il testamento le due cugine rimasero allibite: tutti gli immobili, casa delle Grazie compresa andavano a Primo e poi, “alle mie carissime nipoti Ernesta e Teodolinda” aveva scritto “la ragguardevole somma di cinquanta euro ciascuna, in più un abbuono di venti euro a
Teodolina perché gli aveva dato da mangiare per due anni senza essere rimborsata.
Ci si può bene immaginare il malcontento suscitato da questo testamento e il cumulo di accidenti e maledizioni che arrivarono su Quinto ormai fuori di questa dimensione. L’unico ad essere veramente soddisfatto era Primo che, senza perdere tempo, aveva già fatto iniziare i lavori in Abruzzo, anzi si era trasferito là con la sua famiglia.
Un grande avvenire lo attendeva. C’era una difficoltà: non riusciva a vendere la casa delle Grazie, perché la gente diceva che era abitata dagli spiriti e di notte si sentivano urla di dolore senza sapere da dove venissero.
Primo aveva però la certezza che l’avrebbe venduta, prima o dopo. Le due povere nipoti di Quinto continuarono a vivere senza nessun progetto, non avevano altro denaro che quello per andare avanti. Ed erano adiratissime con il loro cugino che aveva saputo convincere così bene lo zio Quinto a lasciar tutto a lui.
“Non ve la dovete prendere con me” diceva loro “Io sono il maschio e quindi l’eredità è mia e poi è stata decisione dello zio lasciarmela. A dire il vero ha avuto un ripensamento ma non c’è niente di scritto.”
“E così tu hai impedito un testamento!” disse inorridita Teodolinda
“Io non ho impedito niente, se lui lo voleva cambiare ci doveva pensare prima e si che io gli portavo il notaio per essere diseredato!”
Non c’era niente per convincerlo, per diminuire la sua arroganza e la sua prepotenza, era un uomo senza timor di Dio, non per niente apparteneva all’alfa beta x!
Nell’ottobre del 2008 sembrava che ci fosse un acquirente per la casa delle Grazie e Primo non stava in sé dalla gioia. Una volta venduta quella si sarebbe trasferito in Abruzzo, lontano da quei parenti indigesti.
Sarebbe rimasto alla Spezia ancora un po’ finché tutto non fosse stato sistemato. Siccome Natale stava avvicinandosi comprò i regali per i figli e la moglie ed una splendida collana di
diamanti per la sua amica del cuore che risiedeva alla Spezia. Peccato che Lachesi fosse sposata, in fondo, pensava Primo “Non è un gran guaio, potrà sempre divorziare!”
Aveva fatto tutti i conti, Primo era un abile organizzatore e non vedeva altro che un futuro roseo per sé e per la sua famiglia.
Ma non aveva fatto i conti però con il terremoto che devastò l’Aquila e il circondario e continuò a farsi sentire fino al 2010!
Non appena avuta la notizia si precipitò in Abruzzo ed ebbe la tristissima sorpresa di trovare sua moglie e i suoi figli in una bara. Non gli sembrava possibile. “Ma perché non sono morti gli altri, perché loro? Anche mio figlio, il mio unico maschio! Non doveva morire!”
Il baldanzoso Primo era ridotto ad un rudere. Tornò alla Spezia per sistemare i suoi affari ma non riuscì a vendere la casa delle Grazie. Cercò Lachesi per essere confortato ma lei
non volle vederlo, disse che doveva badare alla sua famiglia che da tempo aveva trascurato per lui.
“Lachesi, ho bisogno di te! Ho bisogno di conforto, Trasferisciti da me! Divorzia! Io ti darò molto denaro!”
“Non m’incanti. Se vuoi conforto va alla villa della Grazie, alla sera puoi parlare con chi vuoi anche con quel disgraziato dello zio Quinto.”
Primo si guardò bene dall’andarci.

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