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Ultimo aggiornamento: Mercoledì 13 Dicembre - ore 23.19

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La buriana

di Marcello Albani

La buriana

- L’indomani, domenica, mi servivano due tartufi da regalare a un buon samaritano.
Armai il motoscafino blu del mio amico – unico disponibile ora che stavano ricostruendo la Marina del Canaletto, più a mare – e imbarcai la famigliola.
Puntai su Santa Teresa, dove un ingenuo aveva rivelato il punto ove, grossi come sassi, allignavano i molluschi prelibati.
Sbarcai consorte e prole alla spiaggia dei morti che oggi, per necessità promozionali è diventata Baia Blu; quindi mi spostai sulla punta e m’immersi a tartufare.
Non molto dopo, mentre spazzolavo il basso fondale di sabbia e fango, iniziai a ballonzolare avanti ed indietro come se, improvvisamente, si fossero attivate più correnti contrastanti.
Riemersi alla svelta e riversai le bombole sul fondo della barca; il cielo si era uniformato di un grigio elettrico, come il colore del piombo nuovo, e stava montando un’onda corta e cattiva.
Neppure tolsi la mezza muta, una cordata al motore ed andai a riva a caricare i miei per tornare, di corsa, al sicuro arenile.
Sbagliai, sbagliai di grosso perché trascurai i sintomi premonitori di una di quelle libecciate spurie che ti pescano in mare una volta ogni dieci anni.
La buriana, traditrice, cominciò a barare ed a muovere il vento non più solo da sud ovest ma da tutto il ventaglio del ponente. All’orizzonte apparvero due trombe d’aria che, ondeggiando sinistre, puntavano verso terra; ed il mare s’incattivì ancor di più.
La bufera, a tal punto, scaraventò sulla bilancia tutto il suo livore... con frenesia... conscia di quanto poco avesse da campare.
Sul varco della diga, davanti al faro, le onde montarono sulla prua della barchetta che, scarsamente protetta dal minuscolo parabrezza, cominciò ad imbarcare acqua. Il rimorso di non averli lasciati a terra mi strizzò i budelli; fortunatamente mi assalì solo la paura, non il panico.
Eseguii, al volo, le uniche manovre effettuabili; spinsi i piombi e le bombole sotto il minuscolo ponte prodiero per bilanciare il peso della famigliola, già vestita del giubbotto salvagente ed ammucchiata verso poppa.
Timonai quasi ritto bilanciando, con il corpo e la manetta del motore, il guscio di noce sballottato dalle onde ormai deformi.
Rinunciai ad andare a terra, anche se il Muggiano era ad un tiro di schioppo, poiché le onde in poppa ci avrebbero affondati.
Virai a sinistra col patema di chi curva su una strada ricoperta di nevischio e, con la prua ai marosi, puntai verso il cono di relativa calma che creava l’Ecol Spezia, una vecchia petroliera ormeggiata sul levante della diga, di traverso al vento, distante da noi due o trecento metri.
Impiegammo un’enormità; giunsi stremato dallo stress e dallo sforzo... i bimbi, invece, mi parvero divertiti, come sulla giostra... la mamma un po’ meno.
Ci ormeggiammo al centro della nave, ad una biscaglina dalla corda mezza marcia che pendeva giù dal ponte.
In quel recesso, con l’enorme scafo che gli opponeva la schiena, il mare era di un calmo innaturale, come in un privilegio usurpato, mentre a prora e poppa rigurgitavano valanghe d’acqua schiumosa.
Nel frattempo sopraggiunse un grosso motoscafo d’altura che si ormeggiò di fianco a noi.
Traguardai, con l’occhio clinico, i due propulsori poppieri che fecero arrossire il mio rudimentale diciottocavalli e respirai di sollievo, il senso di colpa che mi opprimeva si allentò; alla peggio avrei potuto trasbordare i bimbi a loro.
Non ce ne fu bisogno, nel giro di una mezz’ora il mare sfogò la sua rabbia, pian piano allascò come un cane arrabbiato che cala il ringhio e abbassa il pelo, ed i residui refoli di vento cominciarono a ramazzar le nuvole.
Da un buco, quasi dritto sulla nostre teste, spuntò un sole splendente che s’inventò una frastagliata macchia di luce in mezzo al mare, ad esorcizzare le residue paure.
Diedi uno sguardo al pilota del barcone, un mezzo sorriso ed un cenno di commiato; poi lui rombò i motori e puntò ad est, verso Marina di Carrara dove il cruiser era immatricolato Tifone 1VG...
Noi, più dimessamente, dirigemmo a nord ovest, verso casa.
Prossimo ai pontili mi si ringroppò lo stomaco – però meno di prima – quando scorsi le barche affondate; la loro poppa completamente sommersa per il peso del motore e la prua mezzo metro fuori dall’acqua, ancora attaccata alla cima che la legava alla boetta.
Ancor più mestizia m’infusero i monconi di quella pilotina rossa che, strappato l’ormeggio, s’era schiantata contro i pali dei pontili.
Il più grosso; appennellato contro il bordo di cemento del nuovo arenile del sodalizio della Vela, con ancor attaccato quel che restava del motore fuoribordo; mi parve lo sfregio di un ladro che non trovò di meglio.
Quella buriana, infatti, dovette accontentarsi di pasteggiare solo a vetroresina.

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