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Ultimo aggiornamento: Martedì 12 Dicembre - ore 22.18

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L’uomo dai capelli d’argento

di Marcello Albani

L’uomo dai capelli d’argento

- Era invelenito a sangue, prima di lui si alterò cosi solo Napoleone quando lo trascinarono a Sant’Elena.
Leonora non era poi feroce, era solo parente di Bastian contrario; con una vocina angelica chiedeva se preferivi la pasta o il riso; udito pasta buttava il riso.
Le piaceva, insomma, dir di no.
Lui, con il morso rovesciato ma non domo, pulì accuratamente il rasoio elettrico di buona marca inglese, si rasò e si asperse di dopobarba anche i piedi, tanto ne aveva ettolitri, dono di parenti ed affini in tutte le feste comandate.
Infilò un bel paio di braghe di jeans ed una polo amaranto con l’omino che giocava a golf, e schifando la cena, ormai in tavola, se ne andò per i fatti suoi.
Scese in garage ed accarezzò la fedele Kawasaki, schiacciò il bottoncino nero sul manubrio, e lei disse di sì, con il suo fruscìo di gattona un po’ ruffiana.
Su la lampo del piumino un tantino liso, su il casco integrale delle galoppate importanti, e via da Alcatraz.
Puntò ad una strada in discesa, con in fondo un po’ di chiaro: sapeva già, in definitiva, dove andare.
Percorse l’Aurelia a colpi di citrato, spingendo sul gas e poi rallentando, per poi spingere di nuovo sui vialoni, disertati dalla gente ormai a cena.
Arrivò a Luni tra i primi, si sedette sui gradoni smozzicati dell’anfiteatro, proprio di fronte al palco di tavole poggiate sull’erba del prato e, paziente, attese.
Il pubblico giunse alla spicciolata e la Big Band prese posizione... estrassero gli spartiti, sistemarono viole e ottoni e cominciarono a gemere gli accordi.
La luce del giorno, nel frattempo, disertò. Il cielo s’incupì e le stelle di campagna si schierarono in picchetto per omaggiare Lui... l’Uomo dai capelli d’argento.
Jerry Mulligam entrò dal retro, percorse il corridoio tra gli orchestrali, allargò le braccia e s’inchinò alla folla. Mai smoking fu portato meglio.
Si girò ai suoi con un lieve cenno del capo ed, alzando la mano destra come Mosè sul Sinai, iniziò a disegnare la magica serata.
Al nostro i diruti sassi smisero di colpo di premergli le chiappe, e la musica lo penetrò; non dalla testa come agli intellettuali che navigano il pentagramma, ma direttamente dalla pelle come agli aborigeni che dirigono, d’istinto, la loro sete verso le acque di un torrente.
Poi l’uomo argentato indossò un sassofono dalle bretelle colorate d’azzurro, scese sul prato e si pose di fronte a un orchestrale, un ragazzo magro seduto su una carrozzella con le ruote... gli sorrise, guardò in alto e la band, docilmente, si azzittì.
Allora esistettero solo loro due a parlarsi con i sax. L’uno, dai toni più bassi, rotolava orge di note sempre differenti, sempre uguali... l’altro rispondeva, assentiva, provocava.
E le note non furono più note ma furono parole... parole di pianto che narravano di schiavi piegati sulle piante di cotone e morenti in camerate puzzolenti d’urina e di sudore.
Furono scalinate di allegria per un bacio strappato in un frascheto, lontano il soprastante.
Furono libertà... libertà per tutti e in ogni dove.
Solo a tratti, un lontano contrabbasso s’intrometteva dolcemente; come un narratore che, in un film, tesse la trama.
Anche la luna, che dirigeva pigramente sul Caprione, si bloccò; e quelle macchie di fegato che aveva sulla faccia parvero schiarirsi.
Lui non seppe se il jazz era caldo, freddo o tiepido; non memorizzò il nome dei brani.
Solo una cosa, in quel buio, gli fu chiara... quel groppo in gola, quella pelle d’oca erano merce rara... merce che la vita ti propina solo con il contagocce.
La moto, al ritorno, guidò da sola in quella strada oscura e scansò le buche, giudiziosa come la cavallina che riportava a casa il padrone abbandonato.
Solo la mattina, davanti alla tazza del caffè, riscoprì i terreni morsi della fame e allora, distrattamente, li saziò.

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