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Ultimo aggiornamento: Mercoledì 13 Dicembre - ore 23.19

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L’ultima corsa

di Marcello Albani

L’ultima corsa

- La prima corsa del tram elettrico – o tràmbai che mai i ne pàssa, del poeta tediato dall’attesa – sferragliò all’iniziar del secolo. Tutti vollero provare l’ebbrezza della velocità, a costo de quàrche carcagnà sugli stinchi e de quàrche gomidà sulle costole. Io non c’ero. C’ero, invece, quando raddrizzarono i binari divelti dalle bombe, che guardavano in alto come lo shanghai del tribunale; e quando il verde, imbandierato tranvai scese giù da Migliarina, imboccò via del Canaletto e puntò verso la città, con il solito cospicuo ritardo sull’orario stabilito, cosicché “aspetàlo l’èa come piàe l’àigua cor cavàgno.”

Il primo viaggio lo feci come in sogno. Attendemmo alla fermata davanti al cine Garibaldi, salii per mano sul predellino e mi scranài sulla panca di legno vicino al finestrino. Mi estasiò il manovratore che, per aumentare la velocità, agitava una specie di mezzaluna e scalciava su un pedale per suonare una campanella che faceva solo allegria, sommersa com’era dallo sferragliare delle ruote. Poi, normalizzatosi il servizio, i grandiglioni, per il proprio ed altrui diletto, cominciarono a piazzare sui binari delle piccole cariche di balistite o altri fulminanti che si trovavano, a iosa, negli anfratti e che qualcuno, sulla sua pelle, non scordò più. Il tram, dai mulini alla barcaccia, attraversava un vero e proprio percorso di guerra.

Tra un botto e l’altro, uno scossone ed il successivo, i passeggeri, edotti ma non rassegnati, si sporgevano dai finestrini per urlare... bastardi... fìgi de chì... fìgi de là, per poi riprecipitarsi dentro al colpo successivo. Io credo che si divertissero anche loro, forse un poco meno i vecchietti che andavano in ospedale, a fare le terapie alle le ossa malandate.
Infine, una mano inesperta o maliziosa mise una carica un pochino troppo potente, tanto che la prua del tram si sollevò al punto di farlo deragliare, fortunatamente senza danni per nessuno, anche perché il manovratore, conoscendo l’antifona, procedeva lentamente.

I guastatori e noi apprendisti guastatori, acquattati dietro il muretto della strada, ci guardammo con sgomento.
Quindi, fulminati dal medesimo terrore, c’infilammo in un campo di formenton – allora c’era tanto formenton – che ci accolse a braccia, anzi a steli aperti. Io, un po’ meno svelto causa la cortezza delle gambe, fui impalato da quell’urlo proveniente dal finestrino di quell’ultima carrozza: “tèeee ... à t’hò visto... tèi er figio de...”. E non profferì i soliti, più volte uditi: “... bagàssa... troia... putàna,” ma scandì esattamente, del mio babbo, nome e cognome.
Era quel contadinaccio, bracciante a giornata nel borgo di Baceo, che seppur mèso sèmo, aveva una tale memoria fotografica da schedarti meglio dell’anagrafe; e che, vestito dalla festa, andava certamente al Poggio, a farsene una al minestron.

La cosa non era molto allegra ma – considerato, come già detto, la razione di botte giornaliera non cumulativa – il pensiero mi passò quasi subito di mente. Tornai con gli altri, sparsi e alla chetichella, sul luogo del delitto cercando di evitare lo spione che, buon per me, non avendo sicuramente pagato il biglietto si era già ecclissato. Erano scesi tutti dalla vettura, un po’ pallidini, uno era già andato al deposito, a due passi, ad avvertire chi di dovere. Arrivò, con calma, il tranvai carro attrezzi che, con il rudimentale verricello del quale era armato, sollevò la carrozza e la rimise sui binari.
Erano arrivati anche due vigili, con una bici nera marca Maino, che stilarono un processo verbale, ma proprio verbale poiché si limitarono a chiedere se vi erano stati dei feriti.

Alla risposta negativa se n’andarono, encasà per la lunga pedalata sotto il sole. Qualche anno dopo venne il canto del cigno del tranvai, e fu un canto molto triste. Studiavo in piazza Verdi e quella mattina, a quella fermata, c’erano i soliti noi e quella solita bella bimba della quale eravamo tutti un po’ innamorati. Mi sembra che piovesse, che tutto fosse viscido e scuro, dello scuro degli autunni del tempo, quando Spezia era er pisatòo d’Italia. Noi salimmo, come le pecore, e poi scoppiò un gran trambusto con urla e scossoni... la bella bimba non era salita, se l’erano presa le ruote del tram.
Fu l’ultima corsa. Poi vennero dei bus d’alluminio, nell’attesa dei filobus nuovi.

Lessi dopo che ne fecero un’altra, quella del commiato ufficiale, con la vettura imbandierata e addobbata con festoni e ceste di fiori. Io non lo seppi, e anche se, per tempo, l’avessi saputo, non avrebbe fatto per me... mi ero già accomiatato.

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