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Ultimo aggiornamento: Mercoledì 13 Dicembre - ore 23.19

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L'ingegner P.

di Andrea Derchi - In collaborazione con Edizioni Cinque Terre.

L´ingegner P.

- Neve, freddo, caligine, grigio, odore di wienerschnitzel, sciarpe, guglie a cipolla, mezzelune, panna, strudel e commissari Rex... tutto si stava pericolosamente mescolando nel cervello dell’ingegner P., giovane e brillante professionista del CNR, in viaggio di studio da una settimana a Vienna. Tutto aveva congiurato, fino a quel momento, per una gita noiosa e quasi opprimente. Il periodo dell’anno, tra gennaio e febbraio, era infatti il più freddo e triste per la città, sazia di Capodanni in Mondovisione e balli alla Staatsoper, turismo edulcorato, tonnellate di Sachertorte e di neve artificiale. Le strade semideserte, il buio avvolgente appena fuori del Ring, i tanti anziani coi loro vestiti scuri, impeccabili e lisi, coinvolgevano P. in una sensazione di malinconia senza pari. Appassionato di esoterismo, a dispetto della sua laurea, si inoltrava ancora di più in quel mondo cupo, cercando simboli sulle facciate delle case, candelabri ebraici, squadre, compassi, tetragrammi... un pomeriggio capitò, per caso, in una visita guidata di vacanzieri superstiti, che visitavano il Tempio massonico di Mozart, vero o presunto che fosse. In mezzo agli scranni dei Fratelli, gli parve allora di scorgere un viso femminile, stridente con la nota misoginia degli adepti. Un viso che sembrava a tratti un icona senza corpo, e che invece si materializzava, in altri istanti, in sembianze note: quelle di una ragazza efebica e lattescente, un’amica cui P. non aveva mai rivelato il suo amore.
Terminata la visita anche il volto era sparito. Appena turbato, P. non fu colpito più di tanto e pensò a qualche marchingegno muratorio, di antica sapienza e recente tecnologia video.
Due giorni dopo, però, sempre al termine dei suoi pesantissimi corsi, entrò in Santo Stefano per capire qualcosa di più di quella architettura così composita e affastellata. C’era un sacerdote che officiava in un tedesco così arrotondato, da sembrare slavo. Avvicinatosi all’altare, sgranò gli occhi: l’officiante era una donna con un perfetto caschetto biondo e un magnetico sorriso... una Madonna in carne ed ossa! E ricordò in quelle fattezze una compagna di Liceo, altezzosa e intrigante allo stesso tempo. Ma, immediatamente, il sacerdote era tornato all’aspetto di giovane pretino teutonico.
Qualche giorno dopo, toccò a P. la gita a Schoenbrunn, e anche qui, nella Grande Galleria, d’improvviso gli venne incontro un’altissima donna bruna, talmente somigliante alla fidanzata di buona famiglia che i genitori gli avevano assegnato, da fargli esclamare a voce alta «Milena, cosa fai qui?» Ma, in un attimo, la alta figura scomparve e, in un attimo, sembrarono vacillare tutte le certezze scientifiche dell’ingegnere imbevuto di integrali, derivate e calcoli trigonometrici.
Il periodo di studio volgeva ormai al termine; a P. mancava soltanto il Prater per completare il consolidato iter turistico viennese. Giunse ai piedi della sempiterna Ruota, al tramonto, e i suoi ricordi wellesiani si rafforzarono nel vedere le cabine di legno, identiche a quelle del film. (1)
Salito, scoprì il grandioso panorama notturno della città, solo un po’ modificato dall’edilizia moderna e dai nuovi canali sul Danubio. Apparve allora, in una cabina adiacente alla sua, una donna castana ed elegantissima, troppo simile a Laura, la ragazza che più aveva amato nella sua vita: si erano lasciati qualche mese prima, per ragioni che ora gli parevano assolutamente banali e insignificanti. La sua mente logica iniziò a spaventarsi, a temere la follia: ogni giorno un’apparizione, ogni giorno un segmento della sua vita e della sua confusione. Sceso dalla Ruota, si accorse che, ovviamente, tutte le cabine erano vuote e la sua mente sempre più piena di presenze e incertezze.
Finalmente, i corsi terminarono, arrivarono i saluti, le valigie, il taxi per Schwechat. Solo allora gli sembrò di poter riflettere serenamente su quei giorni, sulla sua vita, su quelle donne che gli erano apparse, tutte, contemporaneamente vicine e immateriali, tutte importanti, ma nessuna in modo definitivo. Fu preso da un senso di sconcerto e di malumore, ma ormai l’aereo partiva e...
...fu il suo vicino a dire:
«Signore, permette una parola? Ho fatto scalo a Vienna oggi, ma Lei era in città questi giorni?»
«Sì, certo, perché?»
«Ma... i giornali parlano di una tempesta magnetica fortissima sull’abitato... parlano di strani fenomeni, di proiezioni, di parti nascoste del cervello, di rinencefalo, di visioni di donne, di pazzia collettiva... Lei ha notato nulla ?»

NOTA
1 - Nel film girato da Orson Welles nel 1948 («Il terzo uomo»), la scena culminante si volge in una cabina della Riesenrad.

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