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Ultimo aggiornamento: Mercoledì 13 Dicembre - ore 23.19

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Il tesoro delle Tre Cornette

di Gabriele Falco

Il tesoro delle Tre Cornette

- Una delle montagne più caratteristiche che si possano vedere nell’entroterra pescarese è senza dubbio il monte Bertona, il quale dà il cognome al paese che sovrasta.
Guardando questa montagnetta da Montebello di Bertona è possibile vedere la sua propaggine sinistra sulla quale la natura si è sbizzarrita a incidere il profilo di un volto umano. Sembra la faccia di una persona che dorma, quella cresta! La vista, però, in un
primo momento viene colpita dalla cima vera e propria del singolare monte, dalla quale si divaricano verso il cielo tre massicci spuntoni, simili a tre corna.
E proprio per questo motivo i Montebellesi chiamano comunemente il Bertona: “le Tre Cornette”. In realtà, a chi si reca fin lassù, i tre spuntoni si mostreranno essere costituiti non da rocce, bensì da muri. Sì, da muri. Ed esattamente da tre pareti diroccate di un’antichissima torre (forse un posto di avvistamento) risalente, con qualche probabilità, agli ultimi secoli dell’Alto Medio Evo.
Le leggende intorno alle Tre Cornette non mancano di certo e per generazioni hanno eccitato la fantasia degli abitanti delle zone circostanti. Racconti a volte legati a famosi personaggi della storia, altre volte scaturiti dall’impressione che fatti sanguinosi forse
qui verificatisi avranno destato nella mente della popolazione e che con il passare del tempo sono arrivati a trasformarsi del tutto.
Circola ancora la notizia del passaggio, sul monte Bertona, dell’imperatore e re delle due Sicilie Federico II, il quale avrebbe dimorato nella torre. E ancora viva tra i vecchi delle passate generazioni era la leggenda dell’oro custodito nelle viscere delle Tre Cornette.
Era, questo, un tesoro maledetto, in quanto frutto di rapine, assassinii e terribili scorrerie di briganti; i quali a quei tempi infestavano tutto l’Abruzzo.

Poi, quando i Piemontesi iniziarono a ricercarli e giustiziarli, essi, per sfuggire alla cattura, si rifugiarono nelle zone più sperdute e vi nascosero le ricchezze accumulate con i loro crimini, ripromettendosi di andare a riprèndersele quando le acque si fossero calmate.
Ma siccome perirono tutti di mala morte, perché avevano le anime dannate, soldi e gioielli da loro sotterrati qui e là restarono per sempre nascosti; e guai a chi li avesse trovati!
Quei tesori grondanti lacrime e sangue portavano a una brutta fine e alla dannazione eterna. Sulle Tre Cornette si diceva che una banda di briganti feroci avesse nascosto un grosso forziere pieno zeppo di oro, monete e gioielli. Ma il loro capo, per impossessarsene, siccome era anche stregone, evocò il diavolo scialagna e con il suo aiuto uccise tutti gli
altri. Quando volle andare a prendersi il baule per portarselo via, però, ebbe una brutta sorpresa.
La montagna, infatti, si aprì in due e lo inghiottì, facendolo precipitare fino al fondo dell’inferno con tutto il tesoro, per il quale non aveva esitato a uccidere nemmeno i suoi stessi compagni. Ma nel piombare giù, l’enorme cassa rimase incastrata tra le pareti rocciose, che quando si richiusero produssero una cavità nella quale essa si depositò.
Da allora il tesoro si trova nel cuore della montagna e a custodirlo è il demonio scialagna in persona. Si dice che chi vuole arricchirsi deve andare a mezzanotte in punto sulle Tre Cornette, fare degli scongiuri per evocare il Maligno e scambiare la sua anima con quell’oro. Non ci sono altri modi, per impossessarsene. E chi provasse a ricorrere a qualche inganno
pagherebbe la sua bravata con la vita, come successe a degli uomini che pensavano di poter prendere in giro Satanasso.

Da parecchio tempo Mingenzo di Squatracchia, Funzino lo Sguazzone e Vatore lo Speranzone stavano progettando quell’impresa; ma nessuno di essi aveva intenzione di dannarsi l’anima. Bisognava trovare qualcuno disposto a farlo per loro, convincere il preposto a seguirli e la ricchezza sarebbe stata a portata di mano. Ma il curato, quando gli avevano esposto il piano che avevano in mente, era inorridito e li aveva scacciati dalla canonica in malo modo, invitandoli a confessarsi e comunicarsi, piuttosto; e una persona
tanto scema da rischiare la dannazione eterna sarebbe stata più unica che rara.
Così, ogni volta che si trovavano insieme a parlare di quell’argomento, non potevano far altro che sospirare, sconsolati. Ma pensa che ti pensa, alla fine a Mingenzo di Squatracchia parve di aver trovato la soluzione. I tre amici stabilirono allora di agire senz’altro alla prima occasione. Si trattava di indurre il prete a seguirli con un inganno e di portare con loro lo ’Ndurlone delle Macchie, un povero idiota con il quale la gente si divertiva. Egli a stento riusciva a connettere qualche parola e dove lo mettevi si stava. Per tirarselo appresso
sarebbe bastato fargli bere un paio di bicchieri di vino.
Però bisognava aspettare una sera di temporale, poiché sarebbe stato più facile gabbare il preposto. E come si scatenò una tempesta di quelle buone, con acqua a secchiate e tuoni uno dopo l’altro, Vatore lo Speranzone e Funzino lo Sguazzone si presentarono, quando era già buio, alla porta della canonica e si misero a bussare e a chiamare ad alta voce.

Appena il prete andò ad aprire, gli dissero tutti agitati che erano andati a prenderlo per portarlo da certi parenti loro, la cui casa si trovava sui colli, verso Vestea, poiché c’era un vecchio moribondo. Non si preoccupasse per la strada, ché avevano portato l’asino per lui. Il povero cristiano prese il breviario, l’acqua santa e l’olio per l’estrema unzione e, avvoltosi in un pesante tabarro che lo copriva fino agli occhi e messosi in testa un cappellaccio dalla tesa larga, uscì, si mise sul dorso della cavalcatura e, chinato il capo per proteggersi meglio il viso dalla pioggia, si lasciò guidare dai due. Intanto Mingenzo di Squatracchia aveva fatto ubriacare lo ’Ndurlone, lo aveva caricato su un mulo, sul quale era salito egli stesso, per non farlo rotolare giù, ed era andato ad attendere gli altri nel Canale, vicino alla chiesa di San Rocco.

Quando il curato, sentendo parlottare i tre che si erano riuniti, si guardò attorno e si avvide che invece di continuare verso la strada di Vestea piegavano in direzione della montagna, chiese che cosa stesse succedendo e dove lo stessero portando. E allora quelli, sicuri ormai di non essere sentiti perché si erano allontanati parecchio dal paese, gli risposero che non andavano da nessun moribondo, ma a prendere il tesoro dei briganti. Ebbe un bell’urlare, il poveraccio, ripetendo che stavano commettendo un peccato mortale. Ma essi tagliarono corto, rispondendogli che si sarebbero confessati, dopo; intanto, se gli
premeva la pelle, avrebbe fatto bene a prepararsi con l’acqua santa e gli scongiuri speciali, per impedire al demonio, una volta che fosse apparso, di toccare uno di loro, mentre avrebbero provato a barattare l’anima dello ’Ndurlone con la cassa dell’oro.
Tutt’attorno non si vedeva niente. Il buio era nero come la pece. Cammina cammina, dopo un bel pezzo di strada arrivarono ai piedi delle Tre Cornette. Da quel punto in poi si sarebbe dovuto proseguire a piedi; perciò il prete e lo scemo vennero fatti scendere dalle cavalcature. Ma lassù l’asino e il mulo non sarebbero saliti lo stesso. Infatti a un tratto si erano impuntati e non ne avevano voluto sapere di fare nemmeno un altro passo. Sicuramente avvertivano la presenza del Maligno. Così uno dei tre compagni, prèsili per le cavezze, li condusse nel bosco lì vicino e li legò a un albero. Al ritorno avrebbero dovuto trasportare l’oro. Intanto il temporale era cessato e un vento gelido aveva preso a disperdere le nubi. Arrivarono in cima che mancava poco alla mezzanotte.

Mentre Vatore e Funzino tenevano fermo e con la bocca tappata il preposto, Mingenzo si fece il segno della croce alla rovescia, con la mano sinistra; sputò tre volte in direzione del cielo, bestemmiando Padre, Figlio e Spirito Santo, e poi si mise a invocare Lucifero, recitando alcune parole che si era fatto insegnare da un magaro della Cità.
Di lì a poco il vento calò di colpo e tutt’intorno il silenzio divenne così assoluto che ognuno poteva sentire i battiti del proprio cuore. Lo ’Ndurlone, che intanto si era addormentato, si svegliò di soprassalto e rimase fermo e con le orecchie tese, come se sentisse qualche cosa che gli altri non potevano percepire. Poi prese a biascicare parole senza senso, ubriaco com’era, e a girare gli occhi intorno con lo sguardo assente e la testa ciondoloni. Era mezzanotte in punto. Tutto di botto la terra cominciò a tremare, il cielo si fece rosso come il sangue e lasciò piombare in mezzo alle Tre Cornette un fulmine accecante che con uno spaventoso scoppio aprì uno squarcio dal quale si videro uscire fuori un denso fumo giallastro, la cui puzza mozzava il respiro, e lingue di fuoco. Il parroco, divincolatosi, volle provare a impugnare l’aspersorio, per gettare acqua santa in quella direzione, ma una forza misteriosa lo scaraventò a terra, strappandogli di mano acquasantiera e ogni altro
oggetto sacro, che volarono lontano da lì.

Quindi l’intera montagna si spaccò in due, tra vampate di fuoco e zaffate di acre fumo, e di lì a poco si materializzarono il diavolo e un enorme forziere.
«Che siete venuti a fare?», chiese, minaccioso.
«A prendere il tesoro!», ebbe animo di rispondere Mingenzo di Squatracchia, mentre insieme agli altri tremava come un giunco. Solo lo ’Ndurlone continuava a ciondolare la testa e a farfugliare tra sé come se niente fosse.
«Chi vi ha detto di portare anche quello?», riprese il terribile custode, indicando il prete. «Cosa credevate di fare?»
«Niente!... Noi siamo venuti solo per prendere i soldi!...» replicò Mingenzo di Squatracchia.
«In compagnia di uno che porta la tonaca? A cosa vi serviva?»
Il prete, visto come si andavano mettendo le cose, provò a formulare alcuni scongiuri. Ma prima ancora che aprisse la bocca, il demonio gli diede un violento schiaffone e lo scagliò lontanissimo.
«Ora possiamo trattare!», disse poi.
«Avete portato l’anima da darmi? Chi me la dà, tu o uno di quei due?»
E indicò Funzino e Vatore, i quali erano più morti che vivi.
«L’anima che abbiamo portato è di questo», fece Mingenzo, afferrando per un braccio lo ’Ndurlone e sollevandolo.
«Quello lasciatelo stare, perché è uno puro e innocente, e di una mercanzia come la sua non so che farmene. Senza contare che è protetto dalla Madre del mio grande Nemico eterno e che voi non potete disporre a piacimento della roba degli altri. Se volete il tesoro dovete darmi una delle vostre anime, non quella di un poveraccio che non sa nemmeno dove si trova! E fate presto a decidervi, prima che perda la pazienza!»
Intanto il coperchio del baule si era sollevato, mostrando le favolose ricchezze dei briganti.
«No!», esclamò Mingenzo, dopo essere stato tra l’allettato e l’impaurito.
«No, la nostra anima non te la diamo!»
E pretendevate di avere tutto quest’oro pagandomi con quella di un povero disgraziato senza colpa?», sibilò quello.
«A ogni modo, sappiate che dal momento in cui mi avete chiamato un’anima mi tocca di diritto; quindi quando me ne andrò da qui non sarò solo, ci potete scommettere».
Al sentirlo parlare così, Funzino fece per segnarsi con la croce, subito imitato dagli altri. Ma con un urlo terrificante e uno scoppio di tuono il diavolo schiaffeggiò anche loro, facendoli volare attraverso il cielo come fuscelli. Quindi tra lampi abbaglianti e assordanti boati scomparve, mentre le due metà della montagna tornavano a riunirsi.

Il curato lo raccolsero alcuni giorni dopo alle falde della Maiella. Era tutto piagato e aveva il filo della schiena spezzato. Morì in capo a una settimana. Mingenzo e lo Speranzone furono trovati morti su Mindicorno, uno con la testa aperta come una mela granata e l’altro con l’osso del collo rotto. Funzino finì infilzato come un tordo sulla cima spaccata di un albero, vicino alle montagne di Farindola. Gli unici a restare vivi furono l’asino, il mulo e lo ’Ndurlone delle Macchie, i quali andarono a cadere dolcemente nel Canale, proprio nel punto dove ora sorge il monumento ai caduti delle due guerre di Montebello di Bertona.

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