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Ultimo aggiornamento: Mercoledì 13 Dicembre - ore 23.19

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Il ritorno

di Luca Pratticò

Il ritorno

- L’ultima domenica prima della partenza per l’Italia tornai al vulcano, questa volta con Daisy e le suore. Volevo ritrovare le stesse emozioni di due settimane prima e magari senza il rischio di disidratazioni improvvise. Salimmo di nuovo al vulcano con la solita macchina. Iniziammo a scalare il picco da un punto diverso rispetto alla volta precedente, altre numerosissime foto, apparentemente tutte uguali, sabbia e pietre nere, riflessi giallo rossi, sotto un cielo azzurro intenso, onde di lava solidificata come pelle di elefante.
Arrivati vicino al cratere cercai le feritoie nella roccia da cui avevo sentito sgorgare il calore della lava sottostante e vicino cui mi ero accoccolato; avrei voluto trasmettere le stesse sensazioni a Daisy, sicuramente le avrebbe sapute apprezzare. Cercai vorticosamente quelle nei dintorni del cratere ma non riuscii a ritrovarmi, era come se vedessi quel luogo per la prima volta, non riuscii a ritrovare né il posto dove mi ero seduto né piccoli crateri da cui sentire l’energia della lava sottostante. Daisy intanto, molto più coraggiosa di me (e non ci vuole molto) si stava addentrando dentro il cratere, dal crinale la vedevo scendere sciando sulla sabbia finché il calore sempre più intenso non la fermò, e la vedevo laggiù, perfettamente eretta in equilibrio sulla sabbia con la testa coperta da un turbante arancione rivolta verso il cielo e le mani protese verso il centro della terra. Meravigliosa!
Non riuscii a condividere la mia esperienza di due domeniche prima e non riuscii neanche a ripeterla, ma ringraziai di averla goduta la volta scorsa: carpe diem! Al ritorno, durante la discesa al rifugio, abbandonai gli influssi mistici olistici e tornai alla realtà occidentale e con le suore raccogliemmo pietre e sabbia per il prossimo presepe, da inserire in statuette di plastica e montagne di carta.

Quando arrivò il giorno dei preparativi per la partenza, la valigia, seppur svuotata degli AIUTI UMANITARI non riuscì a contenere tutto quello che aveva comprato in un mese. Non tanto per orecchini, collane, gonna e bandierina, quanto piuttosto perché una grossa conchiglia occupava gran parte dello spazio, conchiglia (come quelle tra l’altro che si trovano a Portovenere) delicata che impacchettata tra maglie e mutande lasciava poco posto ad altre dieci conchiglie più piccole e meno pregiate che visto il prezzo che avevamo pattuito, mi erano state regalate. Anche le conchiglie più piccole seppur più resistenti (ritrovate tra l’altro tra i souvenir a Rio Maggiore) ben imballate vennero accolte nella valigia sanitaria. Rimanevano fuori altri oggetti tipici e delicati: le casette e la barchetta dei bambini del vulcano. Anche queste tra le divise vennero stipate in una seconda valigia, quella dei vestiti in cui finirono anche alcune pietre vulcaniche. Tutto pronto. Zaino, valigia sanitaria, valigia abbigliamente con computer e regalini. Domani si parte.
“No! E tutte quelle pietre che avanzano nell’armadio, quelle per il presepe? Non posso lasciarle lì”
Trovai ancora un po’ di posto nello zaino, qualcun’altra finì nelle altre valigie, tutte pronte per la partenze. borsello con documenti di viaggio e taccuino attaccato allo zaino nelle cui cinghie era addossato il giaccone che a Milano mi avrebbe certo fatto comodo.
Il tutto era pesantissimo. Bontà della dogana farmi passare tutto, e farmi passare soprattutto uno zaino enorme e deforme come bagaglio a mano. E su tre voli la speranza di ritrovare tutto a Malpensa…
Dopo cena un’oretta in sala TV con gli altri per i saluti veloci e senza tante malinconie. Ognuno convinto che ci saremmo rivisti, assecondai tutti. Non contento comprai ancora due pregiati manufatti di scultura locale, un asino in terracotta e una contadina. E poi come non pensare al mio amore per la storia: era lì, che mi guardava, un tomo azzurro mare: la storia di capo verde, più di 300 pagine, tutte in portoghese, non poteva mancare nella mia libreria. OK, prendo anche questo. Abbracciai e salutai tutti. Guardai Daisy, mi sorrise, certa che sarebbe stata l’ultima immagine che mi sarei portato a casa. La abbracciai e me ne andai a dormire.
Prima dell’ultimo riposo a Fogo, un piccolo cambio al confezionamento delle valigie, mancavano il libro di storia e le statuette. E allora la mia generosità concluse un’esperienza umanitaria unica. Disfeci le valigie, tolsi i sabot, tre magliette della salute, un paio di scarpe da ginnastica di riserva che non avevo mai usato e li donai al padre di Liz (che volle per sé una mia divisa della pneumologia di Sarzana come gadget). La bontà non ha confini!
Ogni riferimento a persone e a episodi è puramente casuale. Gli avvenimenti narrati sono di pura fantasia.

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