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Ultimo aggiornamento: Mercoledì 13 Dicembre - ore 23.19

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Il responso

di Giovanni Bilotti - In collaborazione con Edizioni Cinque Terre.

Il responso

La Spezia - Era un venerdì di fine maggio quando l’accompagnò all’ospedale per ritirare il responso di un esame fatto giorni prima. Lui non aveva mai sofferto così intensamente un’attesa. Almeno a memoria di ricordo. Lei uscì dall’auto senza neanche salutarlo, presa com’era ad ascoltare il suo tormento che le parlava duro e incessante, dentro. Lui mentre la guardava allontanarsi cominciò a morire nel pensiero, ma non poteva spingere il tempo.
Passavano i minuti così lentamente da sembrare come fermi (solo il suo cuore batteva svelto).
Aspettando il suo ritorno, in quell’andirivieni di ambulanze, rumori e vòlti, provava a immaginarsi come l’avrebbe vista uscire dal Reparto. Per leggere le emozioni nel suo sguardo, per dare voce a quel silenzio che lo stava lentamente divorando.
E intanto continuava a stare come fermo il tempo.
Così, si mise a osservare i vòlti di ogni persona che usciva da quel cancello. Cercava di carpirne le espressioni, lo stato d’animo. Provava a immaginare. Ma era peggio che vivere un tormento. Allora scese dall’auto per spezzare, dare sfogo alla pressione di quell’insopportabile stato di tensione. Senza smettere di pregare un solo momento. Mai lo aveva fatto così intensamente e così a lungo (ma erano parole, le sue, si chiese, che gridava alla sua paura, a quel morire lento, o così pure da sperare che potessero davvero raggiungere il cielo?).
Più volte ebbe la sensazione d’intravederla, e acuì lo sguardo (tra file di macchine e gente che andava avanti e indietro), ma ogni volta la disillusione gli svelò il miraggio.
Ricominciò così a battergli forte forte il cuore. Di tempo ormai ne era trascorso tanto: più di un’ora, che tradotto in sentimenti voleva dire essere allo stremo, nei pressi del collasso. Roba, insomma, da lasciarci il cuore, altro che controllo della paura (si ricordò, proprio in quel momento, le parole di un prete a proposito dell’inferno: “Non è un luogo materiale di tormento, ma uno stato psicologico di pena”).
Tobi, il suo cane, era con lui e altro non faceva che aggiungere silenzio a silenzio.
Decise così di uscire dall’auto nuovamente per dare un po’ di libertà, di spazio a ciò che gli opprimeva l’animo, ma intanto continuava a tenere d’occhio l’uscita dell’ospedale che dava nei pressi del Pronto Soccorso: non voleva perdere l’impressione del suo primo sguardo.
E la vide, finalmente. Le si avvicinò, mentre il suo cuore era completamente fermo. La guardò bene e velocemente. Cercava di capire. Aspettava da lei una parola. Una sola. Ma l’espressione che lesse nel suo vòlto non gli diceva niente. Purtroppo. E lui rimase ancora lì sospeso, senza sapere cosa pensare. Cosa fare. O se riprendere a pregare.
- Poi ti racconto, gli disse infine. Con un fil di voce.
- E poco dopo, in auto: – Hanno capito di aver sbagliato, aggiunse, mi sono fatta fare anche l’ecografia. – Ma non serve, signora, non ha niente. E lei: – Me la faccia lo stesso, per favore...
Lui non sentì altro, cominciò a scivolare, con dolcezza: da dove e verso cosa non sapeva, né se lo chiese. Eppoi non aveva importanza alcuna in quel momento. E tutto ciò che fece in quel giorno – lo ricorda molto vagamente – lo fece in modo così leggero e con un’ebbrezza tale che gli pareva di continuare a scivolare (o forse, inconsciamente, non voleva che niente, proprio niente: voci, cose, alberi, persone, si potesse in qualche misura modificare). Continuò così a scivolare e senza sapere dove voler andare. Leggero e senza una ragione, superò la sera e ogni cosa che gli venne incontro. Soffice scendeva, come di nuvola in nuvola, con un sorriso speciale stampato negli occhi e nel cuore: proprio come un angelo che avesse ricevuto una buona notizia.

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