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Ultimo aggiornamento: Martedì 12 Dicembre - ore 22.18

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Il morto parlante

di Gabriele Falco

Il morto parlante

- Pitruccio quella mattina d’estate era partito insieme agli altri uomini del paese che era ancora buio per andare alla Cità, dove bisognava stare ai primi chiarori. Qui, nella piazzetta delle galline, avrebbe atteso, tra la folla di persone venute da tutti i paesi vicini, l’arrivo dei caporali che periodicamente passavano per reclutare braccianti. Essi si presentavano con i loro grandi carri e, dopo aver detto per conto di chi assumevano, per quali lavori, per quanto tempo e per quanti soldi a giornata, mangiare e bere compresi (e dormire pure, quando si trattava di andare molto lontano), ripartivano con un carico di persone.
I lavori da svolgere erano in massima parte quelli dei campi, che nella Stagione2 richiedevano tanta manodopera; specialmente se l’annata era stata particolarmente
buona. La mietitura e la trebbiatura, per esempio, da giugno ai primi di agosto, tenevano
occupate nelle masserie grosse centinaia di persone.

E l’avere da fare non finiva con l’immagazzinamento del grano, perché nella campagna c’era sempre qualche attività da svolgere. Così, di stagione in stagione, erano parecchi coloro che giravano da una parte all’altra ora per arare, ora per seminare, ora per potare,
ora per mietere; o per vendemmiare, raccogliere e sgranare il granturco, raccogliere le olive. Finito di lavorare per una cosa si iniziava per un’altra e il pane per l’inverno non mancava. Certo non sempre la possibilità di trovare un’occupazione c’era, perché dipendeva dai periodi buoni o cattivi. Quando un’annata si presentava particolarmente trista, tante famiglie cominciavano a vedersela brutta. I padroni, quando non gli servivi, con il ciuffolo venivano a cercarti!

E nel momento in cui lo facevano, bisognava spezzarsi la schiena da mattina a sera, per guadagnarsi quel soldo che ti davano. Sulla loro terra uno ci doveva fare il vomito del sangue, ci doveva fare! E chi poteva lavorare a queste condizioni doveva anche
ritenersi fortunato, mannaggia la miseria lazzarona!
Perché a non trovare un chiodo da ribattere si finiva per restare senza niente da mangiare. Non tutti erano nati in mezzo alla pizza del cacio6 e potevano perciò dire: “Bocca mia che vuoi”, senza darsi pensiero per il giorno dopo, perché come andava andava il mondo essi mangiavano, bevevano e il culo gli ciuffolava. Chi era nato pover’uomo, per riempirsi
la pancia almeno una volta al giorno, doveva fare gli sparavita per il mondo.
Quante persone c’erano che per un boccone di pane andavano a piedi perfino a Roma, alla ventura, senza sapere di preciso se avrebbero lavorato in quelle campagne. Sapevano solamente che quando il grano, o il granturco, o l’uva erano maturi, lì c’era bisogno di gente che tenesse lontani gli uccelli da tutta la grazia di Dio che in quelle masserie cresceva
a perdita d’occhio.

Quelli da combattere con ogni mezzo erano soprattutto i corvi, affamati come non mai e numerosi come formiche. A lasciarli fare erano capaci di pelare un intero campo di grano! Perciò in lungo e in largo per queste terre camminavano continuamente uomini con il fucile che avevano il compito di ammazzare quanti più di quegli uccellacci potevano.
Altri ancora, e specialmente le donne e i ragazzini, portavano appesi davanti, come grancasse, grossi recipienti di latta che venivano incessantemente battuti con un bastone. A ogni colpo, davanti al battitore si levavano, con un fragoroso frullo d’ali e con strida
assordanti, immense nuvole nere, le quali andavano poi a calare qualche centinaio di passi più in là.

Quando finalmente cominciava a farsi sera la povera gente non aveva più neanche la forza di dire: “Ahi!”, per quanto era stanca. Per tutta la giornata aveva dovuto camminare senza mai fermarsi, sotto un sole che spaccava le pietre e in mezzo a un’afa che toglieva il respiro. A volte il paesaggio tutto intorno appariva sfocato e tremolante, per il caldo; e sembrava che stesse evaporando. Allora il sudore cominciava a colare, appiccicoso, per tutto il corpo. Ma non era possibile girare a torso nudo, perché in quattro e quattr’otto
la pelle sarebbe stata bruciata da quel sole che picchiava come un maledetto.
Ci si sarebbe ridotti come un asino piagato. E la testa doveva essere sempre ben riparata da un ampio cappello di paglia, poiché non ci voleva niente a prendersi un’insolazione. Ne erano morte di persone, lì, in quel modo! E come se non bastasse, si rischiava anche con il tifo e la malaria, per via delle mosche e delle zanzare che infestavano le paludi vicine
e che di giorno e di notte non ti davano requie ma ti mangiavano vivo.

Pitruccio da ragazzo era stato lì lì per rimanerci. Si era preso un febbrone da cavallo che lo aveva fatto sparlare per quasi un mese, durante il quale era stato tra la vita e la morte. Il medico che lo aveva curato disse al padre e alla madre che se volevano un figlio vivo non dovevano portarlo più nelle campagne romane, le quali per il suo fisico erano come il veleno. Così da allora egli in quei luoghi non c’era più tornato e la pagnotta se la guadagnava dandosi da fare in posti più sicuri; anche se non poteva strafare e doveva riposarsi più di una volta durante il lavoro, perché la malattia avuta gli aveva lasciato il cuore un po’ sfiancato. Certo non era male che ci cantava il prete, gli avevano detto i medici; e se fosse stato attento a non fare eccessivi sforzi e a evitare emozioni troppo
violente, sarebbe arrivato in tutta tranquillità alla vecchiaia. Però questo suo difetto, che non gli creava problemi per essere reclutato quando la manodopera non era mai abbastanza e quindi i padroni non potevano andare tanto per il sottile, si faceva sentire allorché una mala annata costringeva i caporali a scegliere gli uomini che rendevano di più. E siccome tutti lo conoscevano e sapevano quanto avrebbe potuto fare, Pitruccio nei tempi di magra restava senza arte né parte.

A farsi prendere, a ogni modo, egli ci provava lo stesso. Perciò quella mattina si era unito agli altri, pure se sapeva che l’annata non era andata tanto bene per il grano e di conseguenza sui campi sarebbero servite meno persone delle altre volte. Quando arrivò nella piazzetta delle galline capì subito che non aveva speranza di essere ingaggiato,
perché i carri già pronti per partire non erano pieni come le altre volte e la gente si affannava inutilmente a pregare, piangendo, di essere presa, andando ora da questo e ora da quello. Il sole era già alto e chi non era partito sopra un carro se ne era tornato in tutta fretta a casa, per andarsene in montagna a raccogliere un fascio di legna o per curare il proprio orticello, in modo da non perdere una giornata senza fare niente.
L’indomani tutti sarebbero tornati di nuovo e avrebbero continuato così anche gli altri giorni. In un modo o nell’altro qualche cosa sarebbe saltato fuori. Chi sarebbe andato con i muratori, chi con i taglialegna, chi a raccogliere e trasportare la rena lungo i fiumi. Un po’ alla volta ognuno avrebbe trovato una strada. Ma egli, Pitruccio, sarebbe riuscito a prenderne una?

Si era deciso a riprendere la via del ritorno molto tardi, poiché fino all’ultimo aveva sperato di veder capitare lì gente in cerca di uomini da comandare per un qualsiasi lavoro. Così ora camminava da solo, rimuginando tristi pensieri con la giacca buttata sopra una spalla e retta a un capo dalla mano, il cappello messo alla sguazzona e la falce dietro la schiena,
infilata nella cintura dei pantaloni. Ma prima che superasse la chiesa della Madonna
del Carmine e si trovasse in mezzo ai campi, tra i quali passava il sentiero che attraversava Tavo e conduceva al paese, ecco che si sentì chiamare: «Uè, e tu chi ci stì ’ffà ’n a ecche?» chiese sorpreso, dopo essersi girato e aver riconosciuto compare Jaciunto. «Non stavi a mietere laggiù a Loreto?» «Eh, vengo proprio da quelle parti, compà!» «E come mai torni così presto? Non è molto tempo che sei partito.»

«E chi te lo dà il grano, quest’anno? La neve e le gelate di aprile l’hanno castigato, mannaggia la Maiella! Abbiamo mietuto e trebbiato con un momento ed eccomi a spasso! Ora voglio aspettare domani, per vedere di rimediare un lavoro da qualche altra parte. Mi hanno detto che serve gente nei boschi del marchese. Però a quest’ora è troppo tardi
per andare a chiedere al suo palazzo, perciò ho deciso di fermarmi qui, stanotte; così domattina potrò essere sul posto prima di tutti gli altri e se va bene mi sistemo per un pezzo. Ma non è per questo che ti ho chiamato. Dimmi: hai fretta di tornare in paese oppure puoi fermarti qui con me, questa notte?»
«Fermarmi qui? E a che fare?» «Te lo vuoi guadagnare un po’ di denaro?... Eh?
Te lo vuoi guadagnare, senza fare niente?» «Magari! Ma che vuol dire: “senza fare niente”?» «Vuol dire che tutto quello che dovrai fare sarà stare seduto a farmi compagnia. Poi domattina andremo insieme dal fattore del marchese e ci facciamo prendere a lavorare. Che ne dici, eh?» «Dico che non ho capito cosa vuoi propormi.»
«Hai ragione, compà. Allora ascoltami bene: la vedi la chiesa?»
«Certo che la vedo! Che sono cecato?»
«Ecco, io e te dovremmo passare la notte lì, nella sagrestia, a vegliare un morto.»
«A fare cosa?...»
«A vegliare uno che è morto stamattina. I parenti sono ricchi e non badano a spese, sai.»
«Ma veramente a me queste cose fanno senso e...»
«Via, via, compà Pitrù! Che ti metti a fare lo schizzinoso? Dovresti ringraziare Dio che ti ha fatto capitare un’occasione come questa, invece! Pensa un po’: stàndotene comodamente seduto oppure sdraiato ti guadagnerai la giornata e avrai il vantaggio di stare qui prima degli altri, per farti assumere nelle terre del marchese.

Ma ti rendi conto che se quello là ti prende potresti sistemarti anche per sempre? Mica gli serve gente solo per mietere, vendemmiare o tagliare alberi?! Sai quanti animali tiene a pascere sui campi? E che ti farebbe male poter fare il guardiano di porci e di vacche?!...
E chi te lo toglierebbe più il lavoro?»
«Va bene, va bene. Ma a me i morti fanno impressione. Che ci posso fare?»
«Impressione?... I vivi devono farti paura, non i morti. I vivi! Sono essi che ti possono fare del male, non chi ha finito di campare. Io non ho mai visto una persona morta tornare dal mondo di là, da che mi trovo.»
«Ma se non hai paura di stare là dentro, perché vuoi che venga pure io?»
«Perché ci vogliono due persone, ecco perché. A una certa ora di notte a una persona sola comincia a venire sonno e così il morto non lo guarda più nessuno. Può succedere allora che entri qualche ladro e gli rubi i vestiti o l’altra roba che ha addosso. E se dovessi addormentarmi, stanco come sono, potrebbero venire i ladri e io non me ne accorgerei. E il
giorno dopo, invece di essere pagato, potrei ritrovarmi nei guai.

Ecco perché mi sono messo a cercare qualcuno fidato con cui passare la notte. Ora che è giorno in chiesa ci sono molte persone attorno alla bara e quindi nessuno si avvicinerebbe per fare una mala azione; ma di notte, quando tutti se ne saranno andati, è un’altra cosa.»
«Ma chi vuoi che entri di notte nella stanza dove c’è un morto?»
«Eh, come se non ci sono i delinquenti e i disperati capaci di tutto!Ma lo sai che oltre a un bel vestito nuovo e a scarpe di prima qualità, pure esse nuove, il morto porta un anello grosso come una noce tutto d’oro e un orologio d’argento nel taschino che mette voglia solo a vederlo? Ti ho già detto che è di famiglia ricca, e tu credi che tutta la gente
che sta andando a visitarlo lo faccia solo per dirgli il requiammaterno? Povero ingenuo!»
«Ma allora perché non se lo sono tenuto in casa, invece di portarlo in chiesa?»
«Che ne so io? Qualche motivo ci sarà! E poi valli a capire, i ricconi! Forse non se lo saranno voluto trovare tra i piedi per non essere costretti a tenere il palazzo aperto a chicchessia a tutte le ore e a fare la veglia essi stessi. Che vuoi che ti dica? Io so solo che stamattina
il prete, che mi conosce bene, vedendomi passare mi ha chiamato e mi ha proposto questo lavoretto, dicendomi che i parenti di quello là cercavano persone fidate per la veglia e che sarei stato ben pagato. Mi ha chiesto anche se conoscessi qualcuno su cui poter contare; così mi sono impegnato a portare con me un compagno e mi sono messo a girare
per trovarne uno. Qualcuno del paese quaggiù si incontra sempre. E proprio quando avevo perso la speranza di vedere qualche amico e stavo tornando in chiesa, per chiedere al prete se potevo fare lo stesso da solo, ti ho visto e ho pensato subito di proporti
l’affare. Allora che fai, accetti?»

Pitruccio era ancora titubante.
«Dài, te lo chiedo per favore! Resta con me, stanotte, e non te ne pentirai. Vedrai che andrà tutto liscio come l’olio.»
Alla fine, dopo tanti tentennamenti, Jaciunto riuscì a convincere l’amico; e tutt’e due, dopo aver parlato con il parroco, andarono a mangiare in un’osteria lì vicino, dove era già stato prenotato per loro, si fecero una pennichella e verso l’imbrunire, quando la chiesa cominciava a sfollarsi, si recarono in sagrestia, dove il prete consegnò loro la chiave del
portone e li lasciò soli con il morto.
Ai lati della bara scoperchiata erano state disposte due sedie, mentre su un piccolo baule collocato in un angolo stavano posate una brocca d’acqua e una bugia con mezza candela e alcuni fiammiferi. Come cominciò a fare buio Pitruccio accese la candela e spostò
la sua sedia accanto a quella del compagno. A stare in quel posto, vicino a un morto, gli faceva troppa impressione. Cercò pure di intavolare una discussione, ma dopo qualche tempo Jaciunto, vinto dalla stanchezza, cominciò a sonnecchiare, abbandonando
la testa di lato, su una spalla. Ogni tanto si sforzava di stare sveglio, stropicciandosi gli occhi e stirandosi a lungo, ma le palpebre di lì a poco tornavano a richiuderglisi pesantemente. Ebbe appena la forza di dire a Pitruccio di svegliarlo dopo alcune
ore, quando avrebbe iniziato il suo turno di guardia, e poi, sedutosi a gambe divaricate sulla sedia, in modo da avere il petto rivolto verso lo schienale, incrociò su quello le braccia, sopra cui appoggiò la testa, e si mise a russare.
Pitruccio, invece, anche se avesse potuto, non sarebbe riuscito a dormire. E chi glielo dava il sonno, intimorito e nervoso com’era? Anche i rintocchi dell’orologio di San Domenico, lassù nella piazza grande, lo facevano sussultare e sudare freddo.

Intanto si era fatta notte fonda, il caldo era diventato insopportabile e la sete cominciò a farsi sentire ferocemente. L’acqua della brocca era quasi finita ed era calda da fare schifo. Jaciunto si svegliò prima del termine stabilito proprio perché era tormentato da una terribile
arsura. Si sentiva la bocca secca, la lingua appiccicosa e gli sembrava di stare dentro un forno.
«Passami la brocca», disse a Pitruccio. Avutala, provò a bere. Però la poca acqua non lo
refrigerò e anzi gli aumentò la sete. «Aah!», fece con una smorfia di disgusto, asciugandosi
la bocca con il dorso della mano e sputando. «Quest’acqua non si può bere! Ora vado a prenderla bella fresca alla fontana che sta là fuori. Dammi la candela, che vado e torno in un momento. Tanto ti lascio in compagnia», aggiunse accennando con un sorriso al morto.
«No, no! Dove vai? Che sei matto? Io qui da solo e al buio non ci rimango!»
«Ma io ho sete e non posso resistere più, con questo caldo!»
«Anch’io ho sete, ma qui da solo non ci sto!»
«E allora vai tu alla fontana, che qui ci resto io.»
«Ma non possiamo andarci insieme?»
«No. Te l’ho detto che uno di noi deve stare a guardare il morto. Allora che fai: esci o no? Se no vado io.»
«Va bene, dammi qua!»

Così dicendo, Pitruccio prese la brocca dalle mani del compagno, afferrò la bugia con quel poco di candela che vi rimaneva e si avviò verso l’uscita. A Jaciunto, una volta rimasto solo, venne in mente di fare uno scherzo a quel pauroso, così avrebbe imparato a non fare più storie, per la madosca! Così, senza metterci né olio né sale, tirò fuori il cadavere dalla bara, lo pose a sedere sulla sua sedia, gli mise addosso la sua giacca e il suo cappello e a sua volta si infilò nella cassa, pregustandosi la scena che di lì a poco si sarebbe svolta.
Dopo circa una mezz’ora, ecco che si sentirono il rumore del portone della chiesa che veniva aperto e richiuso e quello dei passi di Pitruccio, il quale comparve sulla soglia della sagrestia, dicendo:
«Eccoti l’acqua! È bella fresca. Vedrai come ti calmerà l’arsura!»
Ma, non ottenendo risposta da quello che credeva l’amico, si avvicinò alla sedia e chiamò:
«Compà! Compà Jaciù! Ma... che fai, ti sei addormentato un’altra volta? Tieni! Ti ho portato l’acqua fresca. Hai sete o no?»
Ma quello non faceva una piega. Allora Pitruccio posò sul baule il moccolo della candela e, tornato vicino all’uomo, gli posò una mano sulla spalla e lo scosse leggermente, ripetendo:
«Compà! Ehi! Ce l’ho con te. Svegliati, che ti ho portato l’acqua!»
Ma neanche stavolta ottenne risposta.
«Insomma», disse alla fine, spazientito, «se non vuoi bere che mi ci hai mandato a fare alla fontana?» A questo punto Jaciunto, da dentro la bara, con voce cavernosa disse:
«Ehi, compà!... dalla a me l’acqua, se non la vuole lui, che ho proprio sete!»
Al sentir parlare quello che credeva il morto e a scappare urlando come un ossesso fu tutt’uno, per Pitruccio.
Ma il compagno ebbe ben poco da ridere, poiché il cuore del pover’uomo non resse a uno spavento del genere. Infatti morì alcuni giorni dopo all’ospedale, dove era arrivato cattivo e con i capelli tutti bianchi.
Compare Jaciunto finì in galera; ma la sua più grande punizione fu il rimorso che lo accompagnò per tutta la vita. E pensare che aveva voluto farsi soltanto una risata!

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