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Ultimo aggiornamento: Mercoledì 13 Dicembre - ore 23.19

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Il grande Mare grigio

di Roberto Baldelli

Il grande Mare grigio

- Fin dalla sua prima giovinezza, Micone aveva avvertito dentro di sé il bruciante desiderio di esplorare il mondo, di avventurarsi in quei territori misteriosi dei quali i suoi simili parlavano con tanto timore. Non poteva accettare di vivere in un luogo che si sviluppava solo verso est e verso ovest e che, da nord a sud, si percorreva, a passo svelto, in poco più di un minuto. In effetti, a est ed a ovest, il paesaggio continuava eternamente uguale, con la stessa terra, la stessa vegetazione, gli stessi rumori, lo stesso clima; si poteva procedere per giorni, in una marcia monotona ed inconcludente; chi lo faceva, finiva sempre per tornare indietro esausto nel fisico e nello spirito, convinto che, anche andando avanti all’infinito, non si sarebbe mai trovato nulla di diverso.
Verso nord, ed anche verso sud, invece, non si poteva proprio andare. C’era il misterioso e terrorizzante “Mare grigio”, una distesa piatta, scura e sterminata, oltre alla quale lo sguardo si spingeva inutilmente, e della quale gli anziani narravano gli orrendi pericoli. Da laggiù proveniva, quasi incessante, un rumore assordante e spaventoso, e sopra di esso
apparivano improvvisamente enormi esseri che, ad una velocità soprannaturale, scomparivano in un istante. Qualche temerario, incurante delle suppliche dei propri cari, si era avventurato verso quella landa sconosciuta, ma nessuno aveva mai fatto ritorno. Nessuno, tranne Ennio, il nonno di Micone, che, tornato dopo mesi, era stato creduto pazzo per le cose che affermava di avere visto al di là del “Mare grigio”.
Aveva raccontato di enormi alberi, grandi come non si potevano immaginare, di vaste distese di acqua, di animali sconosciuti, e un sacco di altre magnificenze degne di un sogno o di un trattato di stregoneria. Tutti attribuirono il suo vaneggiare alle influenze malefiche del grande mare, che così si era voluto vendicare della profanazione subita.
Durante l’infanzia, Micone, nelle sere passate ad ascoltare i racconti del nonno, si era convinto che questi non fossero il frutto di una mente malata, ma di esperienze realmente vissute. Una volta, i suoi genitori redarguirono duramente il povero vecchio, accusandolo di inculcare nella testa del nipote delle idee assurde e pericolose. Ma i racconti, clandestini e sottovoce, erano continuati, più eccitanti di prima, ed avevano affascinato Micone al punto da fargli decidere che un giorno, da grande, avrebbe anche lui tentato quell’impresa, raccogliendo in più le prove che, al suo ritorno, avrebbero suffragato il racconto del viaggio e, soprattutto, avrebbero restituito al nonno la dignità ed il rispetto della gente.
Quel giorno arrivò. Anzi, fu una notte, perché di notte i rumori che provenivano dal “Mare grigio” erano più sporadici, e facevano meno paura. Forse quegli esseri enormi e veloci dormivano, lasciandone solo pochi di guardia, ed era quindi più facile tentare la traversata (sempre ipotizzando, con un certo ottimismo, che il mare non fosse infinito).
A notte fonda, tutta la comunità si riunì presso il Grande Formicaio. Per una volta le centinaia di formiche si muovevano senza un fine concreto e razionale. Erano nervose, eccitate.
Forse qualcuno credeva, o sperava, che il nonno di Micone avesse ragione e che quella formica impavida, un giorno, avrebbe fatto ritorno con la notizia di straordinarie scoperte, che avrebbero cambiato il modo di vivere e di pensare.
Tra lacrime e abbracci, Micone si avviò verso il grande mare, mise una zampa su quella dura superficie grigia e, senza voltarsi indietro, iniziò la sua marcia verso l’ignoto. Scomparve in fretta, inghiottito dal buio della notte.
Dal formicaio, dopo qualche tempo, si sentirono quei rumori mostruosi, e si pregò per lui.
Nessuno al mondo si accorse della morte di Micone, né lo schiacciamento del suo corpo fece deviare la traiettoria dell’automobile di un solo millimetro, nella corsia sud dell’Autostrada del Sole.

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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