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Ultimo aggiornamento: Mercoledì 13 Dicembre - ore 23.19

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Il ci-pum

di Marcello Albani

Il ci-pum

- Le pregiate doppiette a retrocarica, con gli acciarini Holland a cani interni, scarseggiavano, anzi non c’erano proprio... abbondavano, invece, aspiranti cacciatori e uccellagione varia che se la pasceva nei campi di formentòn.
Dopo infruttuosi tentativi di costruirsi un più ordinario schioppo in Arsenale, il mio parente rispolverò – alla lettera – un vecchio catenaccio ad avancarica appeso, da anni, nella cantina di suo suocero e già appartenuto a chissà quale brigante.
L’arma, anche se arcaica, era di pregio – forse della metà dell’ottocento inglese – con il bel calcio in noce assai simile a quello delle doppiette odierne e le canne a tortiglione con la bindella di rinforzo già dello speciale tipo Manton.
I due cani esterni, elegantemente avvitati, percuotevano due luminelli affusolati ove si poneva una capsula con un pizzico di fulminato di mercurio che innescava la carica dei pallini introdotta, con una lunga bacchetta, dalla bocca delle canne.
Da una cassa tarlata emerse anche una splendida fiasca portapolvere, anch’essa d’epoca, in cuoio ed ottone inciso con scene mitologiche.
La polvere da sparo non difettava, bastava sfare dei proiettili inesplosi – allora mani e dita smozzicate non erano prerogativa dei soli falegnami – le capsule le procurò un suo amico, anche lui della partita; la fusione dei pallini di piombo era routine.
Quindi, per saggiarne la tenuta, legarono il trombone al palo della pergola; puntato contro il macchione di fiordangelo che, oltre a funger da barriera, doveva rivelare, dalle foglie sbrindellate, l’ampiezza della rosa dei pallini.
Poi, evacuata la zona e tenendosi a debita distanza, con una cordicella provocarono lo sparo, che non corrispose affatto a quanto si attendevano.
Si udì, prima, lo sfrigolare della capsula, una specie di ... cììì... e dopo una frazione di secondo quello della carica, un ... puuum... che invece di uno sparo di fucile sembrò il rombo di un cannone. Altro esito, pressoché identico, per l’altra canna.
Lui, quindi, liberò il fucile dai lacci, lo girò e rigirò per osservarne le canne e la culatta e sorrise di un ghigno sardonico riaccendendosi la quasi cicca, spenta prima dei fuochi pirotecnici.
Il ci-pum aveva sopportato le cariche doppie che gli aveva ingozzato dentro; come facevano col becchime ai poveri piti, che ci correvano dietro come a Pamplona, per ingrassarli e poi assassinarli.
Qualche tordo lo chiapparono, ed anche delle beccacce così buone sulla polenta scodellata sul marmo del tavolo di cucina, dove si doveva forchettare sino alla linea di propria competenza.
Una sera, tempo dopo, tornando da una veloce ed infruttuosa battuta nei campi intorno, poggiò il calcio dello schioppo a terra, forse più ruvidamente, e partì un colpo che gli sfiorò la faccia che al... cììì, aveva tirato ben indietro. La porta del bucataio, meno pronta, dovette andar dal
falegname.
Lo incolparono d’aver lasciato i cani alzati. Lui invocò la corrosione degli scatti, fatto sta che in quel tramonto di mezzo autunno il ci-pum, centenario come la Signora della farinata, esalò l’ultimo colpo.
La consorte, impietosita, acconsentì all’acquisto della doppietta a retrocarica di terza mano, più sognata anche delle soubrette di Macario che ogni tanto, di soppiatto, se n’andavano a vedere al Monteverdi, vicino alla stazione.
La sera lo aiutavo, con il bilancino e la pressetta per orlare, a ricaricare più volte le cartucce, sin quando non diventavano corte come una cicca di nazionale.
Con quelle cacciava i passeri, che erano i più scemi.

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