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Ultimo aggiornamento: Martedì 12 Dicembre - ore 22.18

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Il capo operaio

di Marcello Albani

Il capo operaio

- I macchinari di una delle quattro fregate con la prora a forma di canoa, forse il Centauro, ci aveva fatto tribolare sino a sera. Allora, ad una ventina di miglia dalla costa, risalimmo in coperta per tirare il fiato ed aprire il pacchetto di MS, che
ci competeva ad ogni uscita dalle acque territoriali. Ci sedemmo su un manello di cime da ormeggio, la schiena appoggiata alla tuga di poppa, al riparo dall’aria e dal salmastro. Di fronte a noi gli artiglieri trafficavano ancora sul cannone da settantasei, dalla canna puntata in basso. Accesi una sigaretta ma, stomacato dal gusto dolciastro del vapore, la sentii sgradita e la gettai in mare quasi intera. Il Capo operaio dai chiari occhi pensosi tirava, invece, golose boccate e ne mandava il fumo in alto, azzurrino e trasparente come lo scarico delle caldaie, ormai regimate sulla giusta soglia.

Non ricordo come il discorso scivolò su quei ricordi tristi, forse fu la melanconia della sera e quel mare inverosimilmente piatto dove la lunghissima scia della nave appariva quasi oltraggiosa, o forse fu il sole che dovendo tramontare, suo malgrado, si fece tutto rosso in volto. ... Avevano ormeggiato la corazzata Italia alla banchina
Scali, sul fianco sinistro di un moletto che la proteggeva solo per un terzo della sua lunghezza. Ogni volta che venivo agli scali – raccontava il Capo operaio, con voce piana – con i pochi che lavoravano sulle navi...mentre la maggior parte di noi arsenalotti sgomberava i bacini di carenaggio e le darsene dai relitti della guerra e riattava le banchine per fare accostare le “Liberty” con i materiali americani di prima necessità... i miei occhi andavano a cercarla.

Ed ogni volta montava un magone, un dolore sordo a vedere quel prodigio... tanto lavoro e tanti sacrifici, tante vite spese per condurlo in pace ed in guerra... requisito, disarmato di tutto quello che era nostro, pronto per essere consegnato agli Stati Uniti secondo gli ingiusti trattati che avevano ignorato il nostro contributo alla causa della pace. E quelle funebri pagode stese a poppa con quella grigia tela olona, ove bivaccavano i militari stranieri di presidio, al dolore aggiungevano rancore. Una mattina, di buon’ora, il Capo officina riunì la nostra squadra e ci chiese di preparare paranchi e cannelli da taglio per compiere una comandata sulla corazzata. Non disse subito di quale lavoro si trattava, ebbe riguardo; ci fece bere il fiele un po’ alla volta, non a garganella come probabilmente fecero con lui. Disse solo che gli Americani avevano rinunciato alla consegna della nave e che, in compenso, pretendevano che la mettessimo fuori uso, immediatamente e definitivamente.

Solo il giorno dopo, quando ci portammo sottobordo con gli attrezzi da imbarcare, capimmo che cosa esattamente volessero da noi. Lo capimmo nello scorgere i nostri amici dell’artiglieria che, in una cascata di scintille, tagliavano le bocche dei cannoni della torre poppiera. A noi toccava il taglio degli ingranaggi dei riduttori che collegavano le eliche alle turbine. Con un cannello ossidrico da pochi etti, in pochi istanti, dovevamo mutare l’immane concentrato di potenza in un inutile ammasso di ferraglia, i trenta nodi sull’onda nell’immobilità assoluta, habitat per i muggini, come un vile temperino che penetra l’aorta. Togliemmo i portelli sul cielo dei riduttori e ci apparvero i mirabili ruotismi. I dorsi sinuosi delle loro dentature, in quella leggera nebbia d’olio, brillarono come sculture d’arte: intatte, lucenti e pure nella sintesi di forza e di espressione.
Il cannello da taglio ci tremò in mano e camminò storto.

Poco importò; dovevamo squarciare, non incidere una carie. In fondo agli involucri, insieme ai mòccoli del metallo fuso, caddero anche le nostre lacrime di adulti, le più salate che ci siano. Peggio andò sulla Vittorio Veneto; anch’essa non più pretesa dalla Gran Bretagna. Venimmo, per il mesto incarico, al Molo Varicella, di fronte al borgo di Marola, dove l’avevano arrembata al suo ritorno dai laghi Amari ove l’internarono, nel quarantatre. I sovrastanti Inglesi risero allo scempio del fuoco sul metallo; forse dimentichi d’aver sofferto e pianto quando i nostri fratelli dei maiali, nella baia di Alessandria, il fuoco lo misero sotto le lamiere delle loro... navi da battaglia. Dimentichi che, allora, quei Grandi non li irrisero...tutt’altro.

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