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Il barbone

di Andrea Derchi - In collaborazione con Edizioni Cinque Terre

Il barbone

- Bartolomeo, Cardinale di Santa Romana Chiesa, attraversava da qualche tempo un periodo strano, conflittuale, incerto; era spesso distratto o addirittura estraneo al mondo circostante, quel mondo di potere di cui faceva parte.
Non riusciva a distogliere la mente dalla modesta casa dove era cresciuto, dalle parole, forse banali, dei genitori operai; parole piene di idee, valori, proposte. In qualunque altra bocca sarebbero risultate retoriche, fuorché nelle loro, che vivevano con semplicità, allegria e decoro una dignitosa povertà. Tutta la vita del Cardinale scorreva nei suoi pensieri, quasi ogni giorno, come in un film. E ogni giorno gli sembrava meno originale: i sacrifici dei genitori per il seminario, i consigli di un sacerdote più anziano e più saggio, la breve esperienza come curato, l’incontro col Vescovo e la chiamata a suo segretario. Un’ascesa, ora se ne accorgeva, più materiale che spirituale. E, più tardi, il trasferimento a Roma, alla morte del Vescovo, negli Uffici della Sacra Rota, dove la mente acuta del giovane aveva risolto più di un caso spinoso a personaggi altolocati.
E poi, l’Episcopato, le scartoffie, gli Uffici Curiali, i privilegi, il potere...
Cercava sempre di esercitare il Ministero con passione, impegno e disinteresse. Ciò nonostante, suo malgrado, si trovava invischiato ogni giorno di più in un consumismo prelatizio, di cui non poteva fare a meno pur sentendolo vuoto, lontano, ingiusto. E non gli bastava la beneficenza continua a bisognosi vicini e lontani, a rassicurarlo. Divenuto Segretario di Congregazione, gli venne assegnato uno splendido attico in Via della Consolazione. La sera, col sole al tramonto sui Fori, non resisteva all’incanto e restava seduto in terrazza per ore: il magnetismo secolare di quella visione forse sgravava la sua coscienza dall’indegnità di quella ricchezza. Ma, dalla nomina a Cardinale, avvenuta in un’ infornata con Vescovi delle Tonga e della Polinesia, era peggiorato, piombato in uno stordimento e in una confusione, tali da portarlo persino alle sedute psicanalitiche, ovviamente senza beneficio.
Sempre meno gli piacevano le partite di golf, le evasioni mondane, i circoli esclusivi, i consigli di Amministrazione, ma non se ne perdeva uno.
Un tardo pomeriggio di aprile, sotto una pioggia battente, usciva dal Portone di Bronzo, reduce da una riunione ad alto livello coi colleghi dei Dicasteri Finanziari: si era parlato di lanciare un’OPA coperta su una grande Banca Sudamericana.
«D’altronde, bisogna far fruttare i nostri soldi, anche per i poveri che aiutiamo!» aveva detto uno dei Confratelli.
Era giunto all’altezza del Colonnato del Bernini, era buio, la pioggia fittissima, quando l’autista perse per alcuni secondi il controllo dell’auto, sbandò e sfiorò un cumulo di stracci sul bordo della strada. Subito disceso dall’auto, Bartolomeo volle vedere cosa era successo. Gli stracci corrispondevano all’intera proprietà di un barbone, che le Guardie Svizzere non dovevano ancora avere scorto. Era un uomo alto, robusto, distinto, coi radi capelli bianchi; i vestiti, laceri, ma un tempo decorosi, erano miracolosamente intonati nei colori. Gli occhi, scuri, opachi e profondi esprimevano più idee di quelle che il Cardinale potesse aver mai immaginato nel film della sua vita.
«Signor Cardinale...» e subito lo toccò con la sua mano avvizzita.
«Si...» trasalì il presule mentre il pretino-autista, pallidissimo, esclamava: «Eminenza, attenzione!»
«Ho una busta per Lei... un’offerta in denaro.»
«Come? Come puoi?»
«Si, ho saltato qualche pasto, ma ho letto su un giornale usato, di una Missione in Uganda: sono in difficoltà, non riescono a curare i bambini, non mangiano, hanno poca acqua... Lei che può, faccia arrivare i soldi»
«Chi sei? Perché fai il barbone?» disse Bartolomeo, sospettoso, preoccupato, invidioso.
«Che t’importa?»
«Dimmelo lo stesso, Ti prego.»
«Beh, se proprio lo vuoi sapere, ero professore universitario, ma un giorno ho abbandonato tutto... con una tangente sarei diventato Ordinario... Ora è tardi, devo andare!» e, lasciato il Colonnato, mentre uno squarcio di cielo nero bucava le nubi e il Cupolone, imboccò Borgo Santo Spirito, e sparì.
Il vaso di Bartolomeo era traboccato: il contrasto violento tra un barbone caritatevole e gli eredi finanzieri di un lontano Messia, lo aveva travolto.
Occupò tutto il periodo successivo a capire qualcosa di più della Missione in Uganda, visitò Cardinali, Vescovi, Segretari, Prosegretari, Congregazioni, stanze, velluti, mogani... e scoprì che alla famosa Missione erano stati tagliati tutti gli aiuti, perché si era messa in urto col governo del Paese, un governo in quel momento amico e sostenitore della politica ecumenica e antiabortista del nuovo Papa. Passarono notti insonni, molte trascorse in incognito ai lati del Colonnato, con la speranza di rivedere il barbone: Bartolomeo, esasperato, si sentì in un pozzo nero senza uscita e chiese udienza al Santo Padre. Dopo qualche settimana di attesa, finalmente, riuscì ad essere ricevuto. Espresse l’intenzione di lasciare la porpora e di raggiungere con i suoi risparmi, la Missione.
«Donnerwetter!» (1) disse Sua Santità, quasi spezzando l’anello piscatorio sul bracciolo del Trono. «Tu hai bisogno di Crepet o di Cassano, non dell’Uganda! Io non ti potrò mai autorizzare, né a lasciare l’abito, né ad andare in Africa. Sarebbe un clamoroso autogol, come trovare Sodano o Laghi immischiati in un traffico d’armi... Desisti! Troveremo un sistema, magari un incarico pastorale nel Nord Europa, dove fa freddo e c’è poca gente.»
«Benedicat vos...» concluse il Papa.
Con una terapia così poco efficace, Bartolomeo non migliorò e, non gradendo lo stile Cassano, né i colori dei maglioni di Crepet, decise di fuggire dal Vaticano e ritirarsi in Uganda, senza permesso.
«Non provarci – gli avevano detto i pochi amici fidati – anche Milingo ha dovuto cedere...»
Eppure, ormai era fermo nei suoi propositi e aveva anche stabilito una data, estiva e poco appariscente: il 12 agosto!
Avvisato il segretario-autista di una vacanza presso parenti trentini, Bartolomeo aveva preparato le sue valigie, le sue croci, il suo clergyman. La sera prima, prese qualche goccia di ansiolitico e si addormentò.
Il mattino successivo, 13 agosto, tutti i giornali radio aprirono i programmi con una notizia bomba:
«Trovato morto nel suo letto un Cardinale romano. Era un cardiopatico noto.»
Nessuno richiese l’autopsia. Nessuno lesse una prescrizione per «Insulina Pronta» nel cassetto del comodino. Nessuno riferì di aver visto un’auto nera parcheggiata sotto la casa del Cardinale, con quattro uomini all’interno.
La cerimonia funebre fu breve. I parenti del prelato, troppo anziani, non erano presenti. C’erano, invece, per la Curia, il vecchio Primate indonesiano, su una sedia a rotelle e, per il resto del Mondo, un uomo cencioso e in lacrime: il barbone.

NOTA
1 - «Perbacco» in lingua tedesca

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