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Ultimo aggiornamento: Mercoledì 13 Dicembre - ore 23.19

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Il Pilota

di Marcello Albani

Il Pilota

- Gondar, capoluogo del governo dell’Amhàra, Africa Orientale Italiana. Un venerdì di fine settembre 1939

Il bianco trimotore dell’Ala Littoria s’era alzato, un paio d’ore prima, dall’aeroporto della Asmara ed aveva girato il muso a sud ovest, verso Azazò, l’aeroporto a una quindicina di chilometri da Gondar.
La fusoliera – da diciotto, venti posti – era quasi vuota ed il passeggero di riguardo era seduto verso il fondo, oltre l’ala bassa, per osservare quel selvaggio paese dai violenti contrasti, dalle allucinanti distese di lave nere e dalle àmbe dell’altopiano eritreo ove la fossa del fiume Tacazzè preludeva alla conca di Gondar.
L’aereo scavalcò un’ultima corona di monti, perse quindi di quota e, spanciando un po’, si allineò sulla piatta dorsale al fondo della quale s’intravedeva la città. Più oltre iniziava a brillare l’amplissimo specchio del lago Tana.
Il secondo pilota si affacciò alla stretta porta della cabina e, rullando sulle gambe, percorse il corridoio tra i seggiolini per sedergli vicino e mostrargli, dal grosso oblò rettangolare, le antiche rovine della città imperiale ed il pittoresco castello Fasil Ghebbì, dalle torri alternativamente dirute ed intatte – ad antico capriccio indigeno – raccolte in un recinto ellittico del quale si intravedevano le porte monumentali.
Si alzò quindi, con un sorriso di commiato, per tornare in cabina e prepararsi all’atterraggio, di lì a pochi minuti.
Le mani del passeggero si strinsero ai braccioli ed i suoi sensi allertati parteciparono al calo dei motori, a quel ridare un po’ di manetta per evitare d’esser corti, a quel tirare il volantino al petto per poggiar bene le tre ruote.
Si affacciò quindi al portello spalancato e una folata di vento gli gonfiò la sahariana con l’aquila sopra il taschino sinistro. Assunse, con profondi respiri, l’aria ormai tiepida e secca dopo la condensazione delle recenti grandi piogge; ed il polmoni asciutti e riscaldati reclamarono una sigaretta.
La accese, scesa la breve scaletta e scostatosi dall’aereo mentre due abissini dalle rustiche magliette, chiare sull’ebano della pelle, gli recuperavano i due sacconi del bagaglio sotto l’occhio vigile del soprastante della Compagnia.
Il suo sguardo fece il giro del campo, prima a cercare i grossi trimotori che lo attendevano e gli sparuti biplani da caccia che dovevano proteggerli, ove si fossero levati malsani venti di guerra, poi gli hangar dai tetti di lamiera dipinta di bianco, il casermaggio a tre piani dalle essenziali finestre scure ed il traffico che animava la base.
Lo sguardo si allungò quindi oltre la cinta; a quelle colline, declinanti come il Parodi, che proteggevano il campo dai duri venti del primo quadrante; a quei cactus ad ombrello i cui rami schizzavano in alto come il busto alato di un cobra che attacca; a quegli incredibili ginepri più alti dei lecci di casa.
Fu vita dura, con gli SM 81 dai tre motori Alfa Romeo che spingevano con quei pochi cavalli, con l’olio contato, con quelle gomme dei carrelli che si sbrindellavano sul cemento rugoso della pista troppo stretta, con quelle mitraglie che brandeggiavano lente e sputavano dei proiettili grossi poco più che piselli. Si sparava poco, però, solo per impedire la ruggine.
E le corvèe a paracadutare salmerie e altro ai presìdi nei bricchi ove si giungeva solo con i muli o i cammelli, tirando su gli sfiatati 133; dolci vacche quando volavano senza far storie, fetenti caprone quando si ostinavano a scaracchiare fiamme incombuste da qualche motore.
Grande sollievo erano le puntate in città, una nuotata nel bagno di Fasiladàs, un salto all’Ufficio postale e telegrafico per mandar notizie a casa ed una passata in una delle numerose chiese, tutte poco più di un serraglio.
Poi il pranzo o la cena alla Trattoria Romagnola, ove si cucinava l’inesauribile cacciagione dell’altopiano e servivano la carne scura con l’asprigno vino locale, più gradito di quello importato, che sapeva di conservanti.
E dopo il brindisi collettivo e un’ottima macedonia extra, da lire una e ottanta il pacchetto da dieci, l’immancabile lacrima scendeva dagli occhi del cuoco a bagnare le tessere di madreperla della fisarmonica che ansimava una mazurca di periferia.
Qualche puntata, troppo rara, ad Addis Abeba, a caricare qualcosa d’indispensabile e ad invidiare la ventina di più nuovi SM79, dai motori più potenti e dalle armi più grosse, che formavano, non per loro, una bella linea sui bordi del campo.
Un ballo al Circolo Ufficiali... ad annegarsi dentro a un paio d’occhi, a ubriacarsi della violetta di Parma sul collo bianco dove gli ultimi riccioli cadevano come neri gerani... di una giovane italiana che più non prese marito.
Quindi, sull’ allegra quadriglia, l’ora segnata dal destino esalò il suo fiato necrotico.
Decollarono presto, carichi di bombe, di carburante e di nastri di proiettili e la pista, maledettamente corta, anche quella volta li graziò.
L’aria, prodigiosamente tersa, permetteva una visibilità eccezionale e Loro s’impregnarono, come fosse la prima volta, di quell’alba africana, di quella solitudine, di quel gioco di colori che il primo sole pennellava all’orizzonte per cacciare le ultime stelle sopra la cortina di nubi bianche. Si portarono sui tremilacinquecenti metri, a velocità contenuta per risparmiare carburante e puntarono sul nord del Sudan, verso Càssala, avamposto dell’attacco inglese.
A sud di Barentù li raggiunsero un paio di caccia che fecero Loro da misero ombrello. Poi si spersero, ognuno per sé; sganciarono le loro bombe e al ritorno... nella scarsità di notizie di quei mesi di sacrificio cosciente, preludio alla resa dell’Amba Alagi; di quelle missioni dalle quali si tornava, se si tornava, con gli stivali da volo bagnati di sangue... al ritorno... Furono attaccati dai Gloster inglesi, sempre più numerosi e decisi a farla finita.
Allora, in quelle lande divenute meno importanti della Cirenaica e della Libia, fu breve la storia della cicogna contro una o più giovani aquile... ma le mitraglie non tacquero sin quando Loro restarono in piedi, sin quando la canna della Safat dorsale, colore del succo delle ciliege vignole, non esplose in mille schegge impazzite.
Il mitragliere si trascinò sino al seggiolino del pilota, poggiò la faccia devastata sullo schienale di pelle marrone, le gambe allungate in una torsione innaturale, inutili appendici per il viaggio che lo attendeva... e si affidò a lui, suo comandante, suo padre, sua madre, suo dio.
Il pilota tenne in volo lo sgangherato, onesto SM 81 che pompò su quei due ultimi motori verso una radura pietosa...
pompò sull’ultimo infine, come un uomo che corre con le stampelle, ormai parte di sé.
Gli altri, quelli ancor vivi, forse non videro il declivio che si precipitava Loro incontro, forse non scorsero il piccolo branco di graziose antilopi dig dig che s’infilavano, atterrite, sotto la chioma dell’enorme sicomoro.
Le vide il pilota e, ad esse, fece a tempo a sovrapporre il volto di sua madre, la Gemma dai capelli rossi... poi l’aereo fu una palla di fuoco.

una domenica di fine gennaio 1941, dopo compiuta missione di guerra... a sette chilometri dall’aeroporto di Adi Ugri, Governo all’Asmara, Africa Orientale Italiana.

A Marcello, anima eletta; ai suoi Amici che, insieme, volarono più in alto del massiccio del Semien Tsellemtì, il più alto della A.O.I.

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