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I racconti della domenica - Gli umani sentimenti

di Giovani Bilotti - In collaborazione con Edizioni Cinque Terre

- Tutto cominciò in una casa di campagna vicina agli ampi prati di Caresana, nella Bassa Val di Vara, dove abitavano i miei nonni e i loro cinque figli, quattro femmine e un maschio. Nella baracca poco distante il solito contorno di pecore, conigli e galline, tipico del dopoguerra; ben incastonata nella facciata che dava sull’aia vegliava su tutti una nicchietta votiva d’arenaria scolpita dal nonno, valente scalpellino.
Ma la vera attrattiva della casa per me era lui, lo zio Marco, anche se per tutta la famiglia invece era un “fissato” per la sua mania di discutere solo di politica e di libri. Suoi amici e grandi amori, sembrava; invece venni a sapere che da giovane durante la Resistenza era stato valida staffetta partigiana nel Follese e dopo la Liberazione, alle prime elezioni comunali, era stato eletto Sindaco di Riccò.
Quando con mio padre e mia madre andavo a trovarli, nonni e zie non si stancavano di ripetermi di «non toccare il baule» (situato al termine della scala di legno che conduceva alle camere da letto), «altrimenti lo zio si arrabbia». Ma pur cosciente che non l’avrei passata liscia, un giorno non resistetti.
Mi diressi, con furba noncuranza, verso la scala di legno, e prima di iniziare la salita, guardai in su. Il baule, di un marrone sbiadito, faceva bella mostra di sé al solito posto, all’inizio della camera dove lo zio dormiva con il nonno. Salii e ne sollevai trepidante il coperchio e grande fu l’emozione che provai. Nitida ancora la memoria mi presenta tante piccole file di libri posti in bell’ordine, e copertine dalle figure colorate. E fu amore a prima vista. Questo successe che avevo otto anni o nove anni.
Qualche anno più tardi lo zio iniziò a parlarmi di letteratura e, quindi, di storie e di autori. Ma anche di critici e traduttori. Di case editrici e prefazioni. Lo fece con misura e sensibilità. Mi avvicinò prima ai grandi favolisti: greci, tedeschi, francesi e russi; poi, più grandicello, mi segnalò i picareschi spagnoli, i libri di avventura degli autori francesi, quelli di carattere storico degli scrittori inglesi, e, infine, le epopee americane. Di quel meraviglioso periodo i ricordi sono davvero tanti, come i libri letti. Dei quali mi piace qui ricordare, in particolare, oltre alle Mille e una notte, Bertoldo e Bertoldino, le favole dei fratelli Grimm, quelle di La Fontaine, di Perrault e di Andersen, I tre moschettieri, Tartarin di Tarascona, Le avventure di Gil Blas di Santillana, I ragazzi della via Paal. E poi: L’Isola del Tesoro, Michele Strogoff, Il diavolo zoppo, Ivanhoe, Le novelle di Maupassant, Sherlock Holmes, Zanna bianca, i racconti di Wilde, Kim, Oliver Twist, Don Chisciotte, I viaggi di Gulliver. Più tardi mi stupì il genio di Melville, Dostojeskj, Tolstoj, Cecov, Balzac, Quevedo, Puskin, Gogol, Flaubert, Kafka, Proust, Stendhal, per citare solo alcune delle straordinarie figure che popolano la letteratura universale. I grandi classici greci e latini fanno parte di un altro periodo, che include anche la conoscenza di autori straordinari della letteratura orientale: l’indiana, la cinese, la persiana e l’araba.
A mano a mano che gli anni passavano, l’azione dello zio Marco si faceva sempre più travolgente così che nulla potei contro di essa: mi abbandonavo a quell’onda dolce e infinita e sognavo. Al punto che se mi capitava di incontrare una figura alta e magra, col cappello a bombetta e la pipa in bocca, be’, mi dicevo, quello non poteva che assomigliare a Sherlock Holmes. Se invece il tipo era pingue, ecco il paragone con Balzac.

Era un gioco che poteva, però, costarmi caro. Avvertii il pericolo e riuscii a fermarmi ai margini di un baratro. Capii che il grande bisogno di sapere ch’era in me, e che la voce dello zio instancabilmente cercava di soddisfare, si era troppo velocemente e imperfettamente saziato. Nella mia mente-magazzino non c’era più posto e si ribellò: me la cavai con un lungo, debilitante esaurimento nervoso.
Ormai, però, il “contagio” era avvenuto e il tarlo che lo zio con tanto amore mi aveva trasmesso, si nutriva autonomamente nei recessi più misteriosi del mio essere e viveva perciò delle sole sue forze senza più bisogno di stimoli esterni.
Da solo, infatti, alle soglie dell’età adulta, scoprii la grande poesia, ma questo è un altro capitolo. Una storia a sé, che dura da una vita.
D’allora a oggi, da quando cioè cominciai a trascrivere dai libri le frasi e i pensieri poetici che maggiormente mi colpivano per poterli rileggere poi a piacimento, sono passate decine e decine di anni e le migliaia di testi che formano la mia biblioteca sono il frutto di quel periodo, la testimonianza del mio grande amore per i libri e per tutto ciò che ha a che fare con le parole raccolte in volume.
Se penso che il sogno dello zio Marco era quello di possedere una specie di biblioteca universale con tutti o quasi gli autori più importanti del mondo, e che il suo sogno, attraverso me, si è potuto realizzare, non posso che gioire del traguardo. Una libreria-biblioteca che è poi la storia di una vita (o di due in una) e che a ragione potrei chiamare “La biblioteca di mio zio”, prendendo a prestito il titolo di un libro di novelle dell’autore svizzero W. H. Töepffer.
Ma, se allo zio Marco devo l’amore per i libri, a zia Adele, sua sorella, devo l’amore per la scrittura. È brava davvero. Il suo stile è concreto e vigoroso, va dritto al cuore delle parole per svelarne il senso vero, recondito, essenziale.
Negli ultimi venti anni ha raccolto su agende inutilizzate le vicende più significative della sua lunga esistenza. E ancor oggi, passati i novantacinque, continua a ricordare e a scrivere.

Questi brevi racconti nascono dalla realtà di tutti i giorni, composti in età matura, ma, non per questo, senza un po’ di fantasia. Una fantasia, però, che si limita a sfiorare, colorare, risvegliare momenti in cui, di volta in volta, i sentimenti si ergono a parola, a situazione, a fede, a principio, a esistenza.
Parole e silenzi di ogni mia composizione, infatti – verso o prosa che sia – si ritrovano a seguire un percorso, tanto naturale quanto specifico, che vede le parole cercare di acquisire il fascino, il mistero, gli umori del silenzio, e il silenzio tentare di arricchirsi di suoni ed echi che sono propri delle parole: di una voce, insomma, che, quando predisposizione e ispirazione si incontrano, tenti di parlare all’anima.
Il fine è quello di raggiungere almeno uno degli obiettivi suggeriti da Gabriella Sica perché un testo possa definirsi ancora godibile: “... I romanzi o, meglio, i racconti che hanno ancora un merito sono quelli che, al di là della forma, sono comunque opere di poesia...”. E ancora “... Penso a racconti che siano esempi di pensiero, breviari di sapienza, frammenti di realismo poetico. Mi piace ritrovare un intero libro in una pagina, una pagina in una frase e una frase in ogni parola. E che ogni parola sia icastica, abbia un valore fermo e pieno, dia una forma alla confusione e alle innumerevoli perdite della vita. In questi tempi fondati sulla velocità penso ancora di più a una scrittura fondata sulla massima concentrazione della poesia e del pensiero...”.

L'Autore
Domenica 29 gennaio 2012 alle 08:57:39
GIOVANI BILOTTI
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