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Ultimo aggiornamento: Mercoledì 13 Dicembre - ore 23.19

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I racconti della domenica - Gli spiriti del Ponte Lungo

I racconti della domenica - Gli spiriti del Ponte Lungo

- Un tempo la gente gli spiriti li vedeva sul serio, altro che storie. Sarà che allora le persone erano più sempliciotte di quelle di oggi e perciò definivano soprannaturali fenomeni che avevano una spiegazione troppo complicata per le loro conoscenze; sarà che i paurosi racconti narrati dai vecchi attorno al focolare nelle lunghe
sere d’inverno suggestionavano fortemente chi li ascoltava; sarà che dei buontemponi si divertivano a ridere alle spalle dei creduloni, spaventandoli con delle mascherate nelle quali si spacciavano per anime dannate; sarà quel che sarà, ma una volta la gente agli spiriti ci credeva sul serio, ci credeva.
Qualche vecchio dice che se non si sono visti più è perché il Papa, un bel giorno, li rinchiuse nelle profondità dell’Inferno con degli scongiuri speciali. Gli spiriti erano le anime della gente morta nel peccato e che per questo motivo non potevano trovare requie. Potevano assumere qualsiasi forma e avevano un comportamento imprevedibile. Era più probabile
vederseli comparire davanti di notte che di giorno, perché molti di essi, i più terribili, con l’oscurità aumentavano i propri poteri.
Per tenerli lontani bastava farsi il segno della croce e recitare delle preghiere, ma le loro apparizioni avvenivano in una maniera così impensata che nessuno aveva la prontezza d’animo di segnarsi e pronunciare una sola parola; e per quando uno riusciva a muoversi,
lo spirito era già sparito.

La giornata era stata dura, nelle campagne di Picciano; dove, sotto il sole straordinariamente caldo di quel bel novembre, Maria, ’Ntonïetta e Camilletta di Mezzanotte erano state a raccogliere le olive. Avevano la schiena e le braccia indolenzite e si sentivano
le gambe pesanti come il piombo. Ma, pur in quelle condizioni, le tre sorelle si erano messe in cammino per tornare a Montebello, incuranti della sera che cominciava a calare. I padroni della masseria dov’erano state a lavorare avevano cercato di dissuaderle dall’affrontare un viaggio a piedi in quello stato, poiché tra qualche ora si sarebbe fatto buio. Avrebbero voluto farle alloggiare lì, per quella notte.
«Poi domattina vi metterete per strada riposate e alla luce del sole. Chi ve lo fa fare a quest’ora?»
«Che fretta avete di tornare?»

Ma esse avevano risposto che il giorno dopo si sarebbero dovute trovare sul campicello del padre, per aiutare pure lui a raccogliere quelle due olive che teneva. Se fossero partite di mattina sarebbero arrivate in paese tardi e troppo stanche per lavorare. Invece,
incamminandosi allora e procedendo di buon passo, si sarebbero trovate a casa prima dell’una di notte; senza contare che avrebbero potuto approfittare del chiarore della luna piena, che tra poco sarebbe spuntata dalla parte della marina. Così, congedatesi dalla
compagnia, si erano messe a tagliare attraverso i campi, per ritrovarsi al più presto sulla strada maestra che conduceva alla Cità. Da qui sarebbero dovute passare per Tavo e poi via via per Prudenza, per il Duchino, per Colasante, per il Carmine, giungendo infine Sott’a piedi alle vigne, presso l’ingresso di Montebello. Passando per il Canale e piegando in
direzione di Vestea avrebbero dovuto superare le Vicenne, dov’era il camposanto, e il Ponte Lungo e si sarebbero ritrovate su a Mezzanotte, dov’era la casa
loro.

Chiacchierarono allegramente, raccontandosi gli avvenimenti più singolari e divertenti della giornata e delle altre annate. In tal modo non si accorsero nemmeno del tempo trascorso durante il tragitto. Arrivarono in vista del Carmine che poteva essere, a occhio e croce, mezzanotte e mezzo. C’era una luna splendida che illuminava a giorno e tutt’intorno
era possibile distinguere, per un largo tratto, ogni particolare della campagna. A destra, nella valle dov’era la masseria di Bbanuccio, le piante degli olivi luccicavano come l’argento e il solo guardare un tale spettacolo metteva l’allegria in corpo.
Ma, passando vicino al Carmine, le ragazze si sforzarono di chiacchierare più animatamente, per liberarsi dalla paura che le avvinceva. Infatti si diceva che lì ci uscissero gli spiriti! A Mastro ’Ndrijuccio di Zuccone, qualche tempo prima, il mulo gli si era impuntato un paio di metri prima di quel posto e non c’era stato verso di farlo proseguire. E quando
il cristiano si era voltato a guardare verso la chiesa in rovina che vi sorgeva, aveva visto con gli occhi suoi delle fiamme che ballavano sopra il coperchio della fossa dove venivano calati i morti fino a poco tempo prima che nascesse lui. E compare Pasqualino del Ciaròlo lì ci aveva visto un bambino che tutto di colpo aveva cominciato a crescere, crescere, e a gonfiarsi come un pallone d’aria fino a che non era scoppiato, con un botto che si era sentito fino giù a Qualàngelo!

Nel Carmine anticamente sorgeva un convento di frati il quale con il passare del tempo era stato abbandonato ed era venuto giù pezzo a pezzo, fino a ridursi a un cumulo di macerie. Però la gente aveva preso a utilizzare la grande fossa nella quale i frati seppellivano i loro morti per gettarvi dentro i cadaveri dei poverelli; e questa pratica era continuata fino a che
non era stato costruito il camposanto. Ma siccome questo luogo ormai non era più consacrato, le anime della gente morta senza requie comparivano ai viandanti e li terrorizzavano. Era quindi un bell’affare passare da quelle parti di notte! Chi ci era costretto cercava di non essere solo e se proprio non aveva compagnia si faceva il segno della croce e recitava un Patrennostro, un’Avemmaria, un Glorriappatro e una Requiammaterna per tutti i morti, cammin facendo.

Si diceva che con questo espediente gli spiriti non potessero comparire; e se riuscivano a presentarsi davanti a uno, non avrebbero potuto fargli niente di male; anche se lo spavento era quello che era e un povero cristiano ci poteva rimanere. A ogni modo le sorelle si fecero il segno della croce, recitarono le preghiere e superarono il Carmine senza
che succedesse niente. Ora rimaneva solo l’ostacolo del camposanto, di fronte al quale passava la strada che dovevano percorrere per arrivare a casa. Trovarsi davanti a quel luogo di notte faceva una certa impressione, anche se si trattava di terra consacrata e perciò poco adatta agli spiriti.
Quando si trovarono sotto la chiesa di Santa Maria, decisero di seguire un piccolo sentiero che si inerpicava attraverso un boschetto di querce che sorgeva alla sinistra dell’edificio e sbucava sulla strada maestra; avrebbero così evitato di fare un giro più lungo, poiché la via passava prima per il Canale e poi dietro Santa Maria. Volevano raccogliere qualche grembialata di ghiande, che lì si sprecavano, per darle ai porci l’indomani. La luna, grande e piena, splendeva alta nel cielo e illuminava a giorno. Cominciarono a raccogliere le ghiande e a riempirsi i grembiuli che tenevano attaccati alla vita, mantenendo davanti a sé, raccolto nel pugno, il lembo inferiore, in modo da formare una
sorta di borsa.

Quando ebbero riempito ben bene i grembiuli, decisero di rimettersi in cammino.
L’aria era tersa e piuttosto fresca. Per i campi si sentiva, di quando in quando, l’abbaiare dei cani che si rispondevano di masseria in masseria. Dal bosco di Santo Marco, verso la montagna, proveniva il cadenzato richiamo di un chiowo, insolito per quella stagione.
Gli faceva eco, dai macchioni della Valle Carvona, il verso un po’ più cupo di un altro chiowo.
Entrambi mettevano addosso una non ben definita inquietudine, con quel loro “Chiù...! Chiù...! Chiù...! Chiù...!”, che sembrava il lamento di un’anima in pena.
A un tratto, verso il camposanto, scoppiò, sinistra, una stridula risata di strega; che si prolungò, con mille raccapriccianti echi, fino alla montagna. Le poverette, al sentire il verso della civetta, si strinsero l’una all’altra, sudando freddo, e si segnarono con la croce, invocando la Madonna di proteggerle; perché il canto di quegli uccellacci annuncia sempre
qualche disgrazia.

«Dài, andiamo!», disse alla fine Camilletta, la più grande.
«Non vedete che bella luna? Guardate: illumina come se fosse giorno! Fino a quando c’è una luce così di cosa possiamo aver paura? Forza e coraggio, che tra poco saremo a casa. Avanti, mettiamoci a chiacchierare e a cantare a voce alta come abbiamo fatto prima, così non ci accorgeremo neppure di passare davanti al camposanto. E così dicendo si mise in mezzo alle sorelle e tutte e tre procedettero con rinnovata lena, cantando. I cani delle case vicine, sentendo quelle voci, prendevano ad abbaiare furiosamente e ciò faceva sentire
le ragazze meno sole e più tranquille. Ormai stavano passando davanti al camposanto,
quando improvvisamente tutt’intorno piombò un silenzio assoluto. Perfino la pungente brezza notturna cadde di colpo e un gelo angosciante sembrò paralizzare ogni moto della campagna, mentre la luce, ora vitrea, della luna allungava cupe ombre di alberi attraverso la strada insolitamente biancheggiante. Un brivido corse rapido lungo la schiena delle
sorelle, che smisero di cantare e, tenendosi più strette che mai l’una all’altra, accelerarono il passo. Alla fine, superato anche quel luogo, cominciarono a distendersi, dandosi delle sciocche a vicenda per essersi lasciate suggestionare come i bambini.
Stavano ancora ridendo beatamente quand’ecco che di fronte a loro, a circa un centinaio di metri, dove la strada faceva una curva e nascondeva alla vista il Ponte Lungo, cominciò a sentirsi una voce sommessa e cantilenante, che ricordava il salmodiare dei preti durante le processioni. Camilletta e le sorelle dapprima rimasero disorientate, poi si fermarono tra l’intimidito e l’incuriosito, per vedere chi sarebbe uscito fuori dalla svolta.
Ed ecco che di lì a qualche istante apparve in mezzo alla strada una scena spettacolare ed insolita: dapprima si vide solo un non ben definito biancore, ma subito dopo si poterono distinguere la figura di un prete tutto parato di bianco e quelle di quattro chierichetti,
pure essi vestiti di bianco, che gli reggevano sopra la testa un grande baldacchino bianco. Il prete procedeva con il breviario aperto tra le mani e leggendo ad alta voce, cantandole, quelle che parevano essere le preghiere che si recitano nelle cerimonie solenni.
Che ci faceva un corteo del genere lì, a quell’ora? E quando mai una ricorrenza come il
Corpisdòmmino9 veniva celebrata a novembre? Che era matto quel prete?...

Intanto il gruppetto si avvicinava sempre più e le ragazze, prese dal tremore e incapaci di fare un solo movimento, non sapevano cosa fare: tornare indietro e dare così a vedere di avere paura, se fosse risultato che quelli là erano dei burloni? Proseguire come se niente fosse e affrontarli senza timore? E se non si trattava di buontemponi, ma di..., di...?
Nessuna delle tre osava pronunciare né pensare quella parola! A Camilletta intanto era improvvisamente tornato in mente quello che si diceva intorno al Ponte Lungo. Molti, infatti, sostenevano che lì ci uscissero..., che lì accadessero fatti strani, insomma perché vi erano state uccise delle persone! Di colpo le venne l’idea di saltare sotto il ciglio della strada, dove correva un sentiero che, attraversando le Vicenne, sbucava un po’ più a monte del Ponte Lungo; così disse alle sorelle:
«Venite, saltiamo sotto, sulla terra di Neccia! Vi ricordate che c’è una straduccia che porta fino al Ciaròlo?»
Quelle non se lo fecero ripetere e saltarono giù insieme a lei. Ma nello stesso istante il prete e i chierichetti, come se avessero letto nel loro pensiero, spiccarono un gran balzo e, dal centro della strada, andarono ad atterrare sul piccolo sentiero, di fronte alle poverette;
che, terrorizzate, presero a gridare con quanto fiato avevano in canna. Non riuscirono neanche a girarsi per scappare perché il prete, nello stesso istante in cui toccò terra in faccia a loro, sparò una gran fiammata e scomparve con baldacchino e chierichetti.
Camilletta, Maria e ’Ntonïetta furono scaraventate in aria e si ritrovarono addossate al cancello del camposanto. Pazze di spavento, ripresero a urlare e a chiamare aiuto.
Verso di loro, che continuavano a tremare come giunchi, accorsero gli uomini delle abitazioni vicine, i quali erano stati svegliati dal tremendo botto e dalle grida.
Per terra erano sparse, dal ciglio della strada fino all’ingresso del camposanto, le ghiande che esse avevano raccolto.
La maggior parte era bruciacchiata. E alcune bruciacchiature si poterono vedere sia sui vestiti che sui volti insanguinati delle poverette, che stettero con un febbrone da cavallo per un paio di giorni, ripetendo: «Gli spiriti!... Abbiamo visto gli spiriti!».

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