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Ultimo aggiornamento: Mercoledì 13 Dicembre - ore 23.19

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I racconti della domenica - Diana

di Luca Pratticò - In collaborazione con Edizioni Cinque Terre

I racconti della domenica - Diana

- Alle dieci del mattino avevo già visitato dieci persone.
Eppure la giornata non invogliava a passeggiare per la città fino al pronto soccorso.
In genere al mattino si inizia a lavorare più tardi, la gente si alza, si prepara, cerca qualche dolore, qualche fastidio, oppure si sforza di ricordare qualche problema iniziato mesi prima che decide di riacutizzarsi intorno alle nove e mezza – dieci, dopo colazione e giunge a fare una visita di controllo nel pronto soccorso, luogo dedicato, almeno formalmente ad urgenze e ancora di più ad emergenze.
In più quel giorno pioveva e in genere la gente rimane a casa anche con il dolorino al fianco, anche se sono già due giorni che non va in bagno, anche se quel brufolo fastidioso non passa. Sono giornate da depressione, e in genere i depressi vengono nel pomeriggio, quando non riescono più a non trovare motivi per uscire di casa, e cosa c’è di meglio di una bella ambulanza attrezzata per risolvere quel nodo in gola che è tutto il giorno che sta lì, o quella sensazione di pesantezza sul petto che aumenta quando si respira profondamente.

Quella mattina quando sono uscito di casa le nuvole coprivano interamente il cielo. Solo l’orizzonte dava una speranza di luce, ma le montagne minacciavano l’arrivo di piogge autunnali abbondanti e ricorrenti.
Sfidando i cieli e le nubi saltai comunque in sella e mi diressi al lavoro convinto di poter iniziare in totale relax e che anzi avrei dovuto trattenermi dai vari caffè che nei momenti di pausa sono sempre ben accetti.
Alle otto meno dieci invece sembrava che il mercato si fosse spostato da Piazza Cavour all’ospedale. Davanti al pronto soccorso un piccolo capannello di ragazzi e nella sala d’attesa una decina di persone. Varcai le porte scorrevoli dedicate all’accesso delle barelle e mi trovai in un ambiente surreale per l’orario e il luogo. Quatto barelle abitate da personaggi non più giovanissimi, immobili, rannicchiati e mugolanti, tre sedie a rotelle con ragazzi scalzi sbuffanti che controllavano l’orologio, infermieri e medici che viaggiavano da una stanza all’altra, e ausiliari e operatori sanitari che, non potendosi dedicare alla preparazione del caffè per i medici montanti, erano costretti a sistemare i pazienti sulle barelle e indirizzarli nelle varie sale di diagnosi.

Questo spettacolo mi fece sorridere. La serenità che azzurro e verde diffondono veniva interrotta solo da qualche movimento rapido di porte che si aprono e chiudono, dalle voci concitate degli infermieri e dagli sguardi supplicanti dei pazienti, richiedenti non tanto di star meglio ma quanto di essere visitati e rispediti velocemente a casa.

In questo clima iniziai la mia giornata, indossai la maschera dell’allegria e con un bel sorriso salutai passando nel corridoio
– Buon giorno a tutti!
Gli sguardi dei pazienti si posarono speranzosi su di me, forse qualcuno prima o poi li avrebbe visitati. Nessuna risposta. Era chiaro forse che il sarcasmo del saluto poteva solo avere una risposta nel silenzio o nell’ironia intelligente di Tiziano:
– Fantastica giornata a lei, dottore! – sottolineando, dopo una breve pausa, il dispregiativo: dottore, visto che in quell’occasione serviva a delineare una figura non troppo professionale che aveva la possibilità di arrivare quando voleva e soprattutto quando altri, in particolare gli infermieri, lottavano già da almeno un’ora con il destino, anzi contro il destino dell’umanità.
Aprii le porte della prima sala visita per salutare il collega smontante che mi accolse con un espressione tra il sollevato per il cambio turno e la depressione per una notte finita in quel modo. Continuai a sorridere dando una prima occhiata al paziente sdraiato sulla barella apparentemente sano che mi salutò contraccambiando il sorriso.
Mi cambio e arrivo – rassicurai – lui è ancora da vedere? – chiesi al collega (che annuì) vedendo il paziente ancora con la giacca – lei come sta? Ora arrivo a visitarla.
Eh siamo qui. – risposta tipica di chi viene in pronto soccorso in visita di cortesia senza saperne bene il motivo, perché in fondo non ha nessun conoscente cui devolvere la cortesia.
Andai a cambiarmi velocemente e pieno del solito entusiasmo entrai nella sala visita non prima di aver avvisato Roberto che sarei stato pronto per il caffè non appena mi avesse chiamato. Iniziai a visitare e dopo due ore, intorno alle dieci del mattino, quando avevo già visto dieci persone, decisi comunque di prendermi una brevissima pausa visto che tra i pazienti ancora da visitare nessuno era urgente.
Nel frattempo la stanza di visita venne pulita e arieggiata.

Caffè tiepido in un bicchiere di plastica e un minuto di relax seduto su uno sgabello appoggiato all’azzurro della plastica di rivestimento. Qualche respiro profondo con lo sguardo perso sulla caffettiera, mani sulle ginocchia e di nuovo in piedi verso la stanza.
Cosa o chi sarebbe entrato ora? Cosa avrebbe voluto da me?

Maggio
Ore 7.50 tutti fuori di casa, Carlotta a scuola e Patrizia al lavoro. Per me invece giorno di riposo e quindi mattinata a disposizione per dedicarmi a me, alle mie strane attività, alla mia predisposizione ad organizzare tutto, dalla mattinata a disposizione alle vacanze tra un mese, ad un corso che si terrà tra un anno, forse.
E dopo un secondo caffè, una seconda lavata di denti e qualche minuto passato a centrarmi per l’approccio ad una nuova giornata, eccomi con carta e penna ad organizzare la prossime cinque ore di libertà.
Ogni mattina libera inizia così. Un elenco di cose da fare su un foglio volante che spesso entro mezz’ora dalla stesura viene perso e riscritto pur sapendo già che più della metà degli appuntamenti non verrà rispettato. Ma la mia mania organizzatrice non lascia spazio alla razionalità e quindi: pagare le bollette, passare all’ufficio formazione della asl, lasciare i documenti al lavoro (anche in una giornata di riposo), restituire il DVD, comprare yogurt e banane, organizzare il corso per l’anno prossimo e a metà mattina appuntamento con Diana per quel famoso caffè che aspetta da mesi. Il tutto immerso sotto un diluvio che sta allagando la città e quindi alle 13 puntuale davanti alla scuola ad aspettare Carlotta che dopo una mattinata sfinente non potrebbe accettare di giungere a casa affamata e inzuppata.
Uscii subito per fare la spesa e mi dedicai solo a riordinare lo studio. Iniziai a pensare all’appuntamento, al significato di quella visita. Un invito per un caffè da una donna di cui per mesi non ho neanche ricordato il nome, ma cui ho sempre pensato come ad un essere particolare. Non uno dei tanti pazienti arrivati di cui non ricordo neppure il viso quando li incontro in centro, ma neanche un caso clinico particolarmente interessante. Eppure quegli occhi un po’ sfuggenti e quell’atteggiamento difensivo ma curioso senza volerlo essere erano rimasti nei miei pensieri in questi mesi. E ogni volta che mi telefonava per una visita di controllo iniziava un’attesa eccitata fino al momento della visita e quando la incontravo cercavo di far durare la visita per più tempo possibile.
Non ricordo in quei sei mesi quante volte la visitai, ma ogni volta che penso a lei è come se dalla primo accesso in pronto soccorso fosse rimasta con me. Aveva qualcosa di misterioso e affascinante che non riuscivo a decifrare. Aveva una sensibilità non comune, poteva essere un’esoterica, ma in realtà non aveva manifestato nulla che potesse far pensare a questo, era una mia sensazione molto forte.

Salii in macchina e mi diressi al suo paese, non c’ero mai stato, solo di passaggio anche perché non ci sono motivi per fermarsi lì se non per chi ci vive. Seduto in macchina iniziai a sentirmi bene. Non andavo da una donna con lo scopo di sedurla o di essere sedotto, volevo conoscere il mistero che mi legava a lei. Ripensai alle poche volte che ci vedemmo.

La prima volta erano le dieci del mattino di una giornata piovosa. Proprio quella giornata in cui alle dieci del mattino avevo già visitato dieci persone anche se la giornata non invogliava a passeggiare per la città fino al pronto soccorso.
Dopo il caffè tornai nel box di visita ripulito e arieggiato e chiamai il primo paziente della lista di attesa. Il triagista mi aveva scritto: febbre e tosse. E il commento con Tiziano fu lo stesso di molte altre volte per lo stesso tipo di paziente.
Ecco un altro con l’influenza! E se fosse un altro caso di Suina? – Tiziano come al solito, rispolverando le sue doti di antico teatrante, mimava il verso del maiale, si metteva la mascherina e suscitava l’ilarità di chi era nella stanza
E invece entrò Diana, visibilmente sofferente, ma con un viso che cercava di essere sereno.
– Allora signorina, cosa succede?
– Grazie della signorina – rise – guardi, non lo so. Mi ha mandato il mio dottore. Ho la febbre che non mi passa neanche con gli antibiotici, e mi fa male qui (toccandosi il fianco dx).
– Tosse?
– Sì. E ogni volta che tossisco mi fa più male.
La visitai, diagnosticai una pleurite e glielo comunicai.
– Ma da cosa viene?
– È un periodo di stress particolare? Lavoro? Affetti? Famiglia?
Ero e sono fermamente convinto che il nostro equilibrio venga meno quando ciò che ci circonda e che ci influenza mini la nostra salute. Il batterio o il virus sono solo l’elemento finale approfittatore di una serie di eventi negativi che danneggiano il nostro essere.
Da tempo ho iniziato a cercare di leggere il funzionamento degli organi in base alla propria funzione e le malattie in base alla caratteristiche del danno che provocano all’organo. L’apparato respiratorio e i polmoni per esempio sono organi che hanno bisogno di espandersi per introdurre ossigeno vitale ed espellere tossici. Negli anni in cui mi occupavo delle persone che si ammalavano di tumori del polmone e della pleura avevo notato che i pazienti affetti da mesotelioma, oltre ad aver respirato amianto, e questa è la causa scientifica che nessuno può contestare,
erano persone che si sentivano incarcerate all’interno delle loro famiglie, di solito uomini che quando in passato avevano potuto avevano cercato una sorta di libertà, finché moglie e famiglia avevano vinto e ovviamente limitato questo respiro verso l’esterno. La loro pleura aveva incarcerato il loro respiro e li aveva soffocati. Un processo lungo logorante, durato anni, e senza via di uscita (sia dal punto di vista della malattia, sia dal punto di vista famigliare e sociale).
Diana aveva una pleurite, sicuramente non un tumore. Le sue difese immunitarie erano crollate, e non aveva senso che una giovane donna sana, dovesse scompensarsi in questo modo e ammalarsi. In effetti senza scendere nel dettaglio mi risposte che stava attraversando un periodo difficile.
Il nostro incontro finì con l’impostazione della terapia e rinviai la signora a domicilio, ma col desiderio di rivederla. Decisi allora di darle un appuntamento per una visita di controllo circa 10 giorni dopo.

Mentre ricordavo quell’appuntamento, non concentrato sul percorso verso il paese, sbagliai strada e vista l’ora mi accorsi che sarei arrivato in ritardo. Le mandai un sms per avvisarla del ritardo visto che avevo smarrito la strada. Mi rispose – Ti aspetto.
Sentii un calore particolare quando lessi quelle parole. Non avevano nessun significato particolare, ma era come se fosse l’attesa di un amante; mi sentii avvolto da quelle parole, ma senza desideri particolari; nello stesso tempo rividi la dolcezza dei suoi occhi, e la tensione fragile del suo corpo e dei suoi gesti. Mi ricordai dell’ultima volta che la vidi, un mese prima, perché dopo la guarigione aveva avuto una ricaduta in un inverno freddo e difficile per vari aspetti della sua vita. Ormai la confidenza ci portava a sentirci per telefono, anche se per aspetti professionali, e a darci del tu. Quando ci accorgemmo che ormai non avrebbe più avuto senso ridarsi un appuntamento per una visita di controllo mi propose di sdebitarsi con un pranzo o una cena; consapevole del fatto che Patrizia mi avrebbe giustamente ucciso ad una richiesta del genere optai per un caffè. Ed ora stavo arrivando da lei per cercare di capire cosa di una donna dall’aspetto piacevole ma assolutamente normale mi affascinava ormai da sei mesi e continuava a tenere i miei pensieri fissi sui suoi occhi e la sua risata che rendevano il clima del luogo in cui lei era presente, sereno ed eccitante allo stesso tempo.

Giunsi a casa sua. Al citofono sentii il cane abbaiare. Salii le scale tranquillo e sereno, non mi protessi con energie positive come quando vado in casa di gente sconosciuta o con negatività evidenti.
Mi aspettava sulla soglia e mi fece entrare subito in cucina.
Rapida nei movimenti e nelle parole non mi diede il tempo di dire nulla né di commentare sulla casa. Stava meglio rispetto alle volte passate. Il viso più pieno, l’aria più serena. Glielo comunicai e diede subito la colpa a me e al cortisone che le aveva fatto prendere cinque chili.
La trovavo davvero migliorata. Mi sedetti ed ebbi l’impressione che tutta l’attesa e l’eccitazione di arrivare a casa sua si sarebbe conclusa in un caffè veloce e un’uscita senza ottenere nulla. Il suo atteggiamento era di chiusura completa. Braccia e gambe incrociate, parole veloci in successione interrotte da brevi risatine nervose. Mi dedicai al cane per mantenere la calma e cercare di entrare in sintonia, ma l’unico a giovare di tutto ciò fu proprio Zona, un incrocio di simpatia e composta allegria.
Presto il discorso deviò su Patrizia e Carlotta, su sua figlia e sulla difficile situazione sentimentale che stava vivendo. Mi sembrò che con questo argomento volesse mettere dei limiti oltre i quali non era lecito andare. Continuai ad ascoltarla e a guardarla. Più mi respingeva e più cresceva la voglia di scoprire cosa avesse di così misterioso da attrarmi in quel modo. Cercai di guardarla negli occhi il più possibile anche se lo sguardo continuava a deviare sul petto e sulle gambe, accuratamente coperti. Era sfuggente ed eccitante.
Poi prima di andare via le chiesi quali erano i problemi sentimentali che aveva, non avevo mai saputo che aveva un compagno, anzi ero convinto che in uno dei nostri incontri mi avesse detto che era sola. Ma mentre mi raccontava che voleva uscire da questa storia ma che aveva delle difficoltà mi ritornò in mente la sua pleura malata, dolente, e tra l’altro la pleura destra, la parte maschile o il contatto con il mondo maschile che la faceva soffrire, e non le permetteva di respirare completamente tenendo quel polmone fermo perché ad ogni tentativo di respiro profondo si faceva sentire il dolore che impediva questa libertà.
Non commentai la sua situazione e le sorrisi cercando di trasmetterle la mia sincera simpatia per quel momento difficile.
Aperse le braccia e distese le gambe, si rilassò. Mi guardò con un tono disteso e affettuoso. Intuì, non so come, forse me lo aveva già chiesto in un incontro precedente, il mio segno zodiacale.
– Si vede, sei molto preciso e puntiglioso.
– Ma sono anche un gran rompi scatole. Come tutti capricorni.
Finalmente rise sincera. Era ormai il momento di andare. Non era passato molto tempo da quando ero arrivato ma non aveva più senso permanere lì con lei. Iniziai a muovermi come per andare.
– Anzi – aggiunsi – ti comunico che il 9 gennaio è il mio compleanno, e ora che lo sai sei praticamente obbligata a farmi il regalo.
E il mio è l’11 giugno. Viene prima del tuo, il regalo devi farmelo prima tu.
Mi voltai nervoso verso l’ingresso cercando di scrutare la sala, per capire cosa potesse piacerle.
– Sì ma non so niente di te. Non so cosa ti piace, quali sono i tuoi interessi. –
Mi accorsi di avere un tono quasi scocciato per il fatto che non riuscivo a entrare nel suo mistero e lei non mi aiutava affatto.
– Leggo. Mi piace molto leggere
– Tutto? Romanzi?
– E scrivo.
In quel momento mi sentii trasportato in un'altra dimensione. Mi sono ritrovato in un attimo su una spiaggia sotto il sole estivo che mi inondava della sua gioia. Oro e azzurro intorno a me che ruotavo a braccia aperte, scalzo, sulla sabbia.
– Lo sapevo, – mi guardò con aria sorpresa – lo sapevo che c’era in te qualcosa di fantastico. No riuscivo a capire cosa. – si mise a sorridere divertita – lo sapevo. Scrivi? Ci doveva essere qualcosa di magico. Vedevo che c’era qualcosa di speciale e non capivo cosa. Scrivi. Anche io scrivo – potevo evitare di mettere me in mezzo a quel paradiso in cui lei era l’elemento centrale, e mi corressi – si ma qualche racconto non pubblicato.
Tornai a guardarla ovunque. Ero eccitato, agitato, non sapevo cosa fare. Mi alzai con l’idea di andare via. Non aveva più senso cercare ancora, sapevo quello che volevo ed ero appagato. Potevo tornare a casa. Si alzò anche lei e mi portò nello studio. Ero eccitato come quando cercai di conoscere Musante e lo conobbi nella sua bottega o quando nelle gallerie cerco di avvicinare gli artisti con rispetto e timidezza.
Guardai la tastiera del suo computer con lo stessa devozione con cui guardai la penna di Carducci, di Pascoli, di Manzoni nei musei loro dedicati.
Mi disse ancora qualcosa, mi parlò del suo libro che mi avrebbe fatto avere, mi nominò il titolo della raccolta di poesie che aveva scritto, ma non memorizzai niente, mi avvolgevano mille parole, parlate, scritte, pensate; mi sentivo la testa pesante, non riuscivo a far luce sulla situazione. La guardavo, guardavo tutto ciò che c’era intorno: mi fece vedere il poster con una poesia di Kipling appesa al muro, fissavo il poster ma guardavo oltre la parete, non riuscivo a leggere nulla dall’eccitazione.
Mi girai ancora un po’ su me stesso, con le mani e gli occhi in giro per la stanza, e decisi che dovevo andare via.
Sarei rimasto lì per ore, a guardarla, ad osservarla tra le SUE opere, ad ammirare tutto quello che fino ad allora non avevo notato, ma sentivo che dovevo uscire e tornare a casa.
La guardai, smise di sorridere, ritornò a chiudersi in se stessa ma mentre il corpo indietreggiava sentivo la sua anima avvicinarsi.
La salutai e mi allontanai. rimase sempre con me anche se non la rividi più.

“... Quello ke rende bello è la ricerca ke spesso non coincide con la realtà...”
Quando nei giorni successivi lessi questa frase scritta da lei su un blog di alcuni anni prima, mi convinsi ancora di più che quello non era stato un incontro casuale. Continuavo a pensare a lei e mi sembrava di ritrovare qualcosa di me in quella sua anima. Questa frase poteva essere mia. Ho sempre pensato che la cosa fondamentale fosse ricercare, indipendentemente dai risultati che si possono ottenere e da che cosa si ricercasse. E la ricerca deve sempre andare al di là della realtà. La realtà è limitata e limitante, spazio e tempo imprigionano. E Diana ho iniziato a cercarla da quando l’ho vista, per trovare i miei desideri realizzati in un'altra persona, in una donna, nella mia parte femminile. Una scrittrice, ma con la sensibilità di chi cerca di esprimere la propria anima nelle parole. Non per vendere un libro, non per la celebrità, ma per la voglia di condividere se stessa e il proprio mondo fantastico.
E non l’ho più persa al di là dei sensi e del tempo. Non l’ho più vista ma ho continuato a guardarla, a scoprirla nelle sue parole a riscoprirmi nei suoi pensieri.
Ho continuato ad ammirare la sua capacità di continuare a sognare al di là della realtà perché i sogni aprono le porte alla Realtà vera, quella che non si tocca, quella che si progetta e che si raggiungerà un giorno, un giorno che è fuori dal tempo, in un luogo che è in tutti i luoghi e che non serve cercare.

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