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I racconti della domenica - Cento Natali

di Andrea Derchi - In collaborazione con Edizioni Cinque Terre

I racconti della domenica - Cento Natali

- Si avvicinavano le feste per la famiglia Castaldi, una normale, normalissima e ricchissima famiglia lucchese.
Marito e moglie erano entrambi cinquantenni, entrambi funzionari di banca all’apice della carriera, entrambi benestanti da generazioni. Avevano nella loro memoria più di quaranta Natali, simili tra loro come gocce d’acqua. Tutti Natali omologati, via via più fastosi, sempre gonfi di decine di pacchi da scartare, di Presepi distanti, di auguri bugiardi, di coscienze messe a posto con le buste per i Diaconi parrocchiali, di interminabili pranzi, di pensieri di potere e denaro e di sproloqui sui destini italiani, migliorabili diminuendo esclusivamente i privilegi altrui, senza mettere in discussione i propri.
Quell’anno, però, tutto sembrava veramente diverso, complice, forse, un clima lugubre, nebbioso e piovoso, che ristagnava da fine novembre nelle strette vie del centro e oscurava persino, con le sue basse nuvole, il Giardino pensile della Torre Guinigi.
Quell’anno tra i coniugi e i due figli sembrava crescere ogni giorno di più un nervosismo, un’insoddisfazione, un senso di perpetua rivalsa dell’uno sull’altro, da non far presagire nulla di buono. In casa ogni argomento, dalla tavola ai vestiti, dalla scuola alla Tv, dalle passate scappatelle ai torti dei suoceri, all’educazione dei ragazzi, innescava discussioni tese e senz’uscita, cui seguivano musi lunghi e minacciosi silenzi. Giunti al 20 dicembre, in un incantesimo buio come un cunicolo, i Castaldi non riuscivano a programmare né gli acquisti, né i cenoni e una sera raggiunsero un comico parossismo quando, al termine dell’ennesima litigata, uscirono tutti e quattro sbattendo in sequenza la porta verso quattro diverse destinazioni. Rodolfo, il capofamiglia, vagò torvo per Lucca, col pensiero all’aumento del tasso di suicidi durante le festività, fumando un acre “toscano” di dieci anni prima. Entrò in San Martino e sostò serio di fronte al cane in marmo di Ilaria del Carretto (1): il cane gli pareva in quel momento l’essere più evoluto di tutte le specie viventi, uomo compreso. Attraversò quindi il biancore di San Michele in Foro e alzò gli occhi all’Arcangelo che, un tempo, aveva salvato la città dalla peste: fu tentato di chiedere a Lui la fine dell’incantesimo, ma proseguì. Tornato a terra con le vetrine di gioiellieri e stilisti, superò la tentazione di entrare in un’esclusiva e borghesissima casa di malaffare, frequentata da tutti i professionisti della zona. Rientrò a casa facendo un breve giro sulle famose Mura, strappate dai ricchi lucchesi alle grinfie del neonato Stato unitario (2): dagli spalti le luci degli alberi di Natale, che ogni anno lo avevano stupito come un bambino, ora gli sembravano opache e spente.
Dal mattino seguente nessuno parlò più di feste e di auguri, anzi vennero addirittura staccati i numerosi telefoni di casa (due fissi e otto cellulari, due per ciascuno!).
Il tardo pomeriggio del 24, Carla, un tempo grande cerimoniera dei cenoni, stava cupamente preparando una modesta cena a base di minestrone, prosciutto e patate lesse. Suonò, inaspettato, il campanello facendo pensare all’ultimo cesto da stipare nel sottoscala insieme agli altri, tutti rigorosamente intatti; Carla aprì la porta e si trovò di fronte un uomo di età indefinita, stempiato ma coi capelli lunghi sul collo e una grigia barba sul mento, di carnagione olivastra e di epa considerevole.
«Potrei avere qualcosa da mangiare? È Natale e non ho niente.»
La donna stava per dargli un Euro, quando Rodolfo, con un cenno, lo fece entrare e tutto si svolse senza una parola. Mangiarono tutti e cinque nella spaziosa cucina, dividendo comunque, in modo equo, il magro pasto. Lo sconosciuto non faceva che magnificare la bella e spaziosa casa, ricca di mobili preziosi, moquette, soprammobili, oggetti elettronici. Poi disse:
«È un vero piacere poter stare con una famiglia unita e allegra come la vostra: si vede che vi volete molto bene e non litigate mai!»
Tutti chinarono la testa confusi, sui piatti ormai vuoti.
Alla fine, non richiesto, l’uomo iniziò un lungo discorso sui valori morali, sull’amore per gli altri, sul rispetto, sulla carità, sui limiti della nostra libertà; discorsi che sarebbero risultati perfetti sulla bocca di un prete o di un filosofo, ma non in quella del mendicante che per giunta non parlava mai di Dio.
I Castaldi, come ipnotizzati, cercarono di sapere qualcosa di più sulla sua origine, ma Lui disse solo di essere nato in Egitto, da madre italiana, di avere imparato da sé a leggere e scrivere e di aver sempre vissuto di espedienti. Al termine della cena fu tagliato anche il panettone e, dopo il caffè, improvvisamente, l’egiziano disse:
«Ora devo andare, grazie, mi avete reso felice, pensate a me qualche volta...» e li salutò con una incomprensibile parola e uno strano gesto, con le mani che si allargavano quasi a sciogliere un nodo.
Appena uscito, nel silenzio, Carla, Rodolfo e i due ragazzi si abbracciarono con le lacrime agli occhi e trascorsero il giorno successivo in modo inconsueto, come in una gioia composta, una gioia che sembrava aver preso le misure al vero Natale.
Tre giorni dopo la sorpresa arrivò con una telefonata dalla Casa di Cura Psichiatrica di Nozzano.
«Casa Castaldi?»
«Sì» rispose Rodolfo.
«Sono il Direttore sanitario delle Case Nozzano, abbiamo avuto una segnalazione: dovrei chiederLe alcune informazioni.»
«Prego.»
«Il 24 è fuggito, dalla nostra Clinica, un malato affetto da una grave forma di schizofrenia ed è stato scorto nella vostra zona. L’avete visto? È un uomo di media statura, olivastro, che a volte ha i capelli lunghi, a volte la pancia, a volte la barba.»
«Perché cambia?» cominciò a preoccuparsi Rodolfo.
«Crede di essere Dio e non gliene basta uno: certi giorni è Maometto, certi Gesù, certi Buddha, certi altri una mescolanza di tutti e tre. Negli ultimi giorni diceva frasi ancora più strane: “Devo andare, l’angelo mi ha cercato...” Signor Castaldi, signor Castaldi, c’è ancora?»
«Sì» disse Rodolfo, mentre pallido e sudato, si sedeva per terra.
«Lo avete visto?»
«Nno, no... certo, se lo dovessimo vedere – riuscì a balbettare – vi chiameremo. Grazie e... auguri!»
«Cento di questi Natali» chiuse il Medico.
«Cento di questi Natali» ripetè Rodolfo ad occhi sbarrati.
Moglie e figli non seppero mai della telefonata, ma solo della decisione del marito di lasciare la banca per fondare una mensa per indigenti alla periferia della città, e non obiettarono nulla.
La sera del 6 di gennaio, l’ultima del periodo natalizio, Carla e Rodolfo, a passeggio per le Mura, videro sulla città le luci più sgargianti della loro vita. Carla, accarezzandogli la testa, disse ad un certo punto:
«Cento di questi Natali, caro.»

NOTE
1 - Il celeberrimo monumento funebre di Iacopo della Quercia raffigura la nobile Ilaria del Carretto col suo cane accovacciato vicino a Lei.

2 - Nel 1861 lo Stato Italiano impose a tutte le città l’abbattimento delle residue mura, retaggio di un epoca di particolarismi comunali, mal conciliabile con la neonata Unità. I cittadini lucchesi si autotassarono con quote molte elevate per acquistare le Mura dal Governo, salvando il monumento.

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