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Ultimo aggiornamento: Mercoledì 13 Dicembre - ore 23.19

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I fratelli Chiavaroli

di Gabriele Falco

I fratelli Chiavaroli

- Il sole, a picco nel cielo tremolante, sembrava voler mangiare la campagna, in quell’afosa giornata di fine luglio. Nemmeno il debole alito di vento che muoveva appena i fili d’erba giallognola ripiegati su se stessi, lungo i bordi del fosso disseccato lì vicino, dava sollievo:
era rovente come il fiato del diavolo scialagna!
Fortuna che più a monte, dalla viva roccia, usciva, a singhiozzi, un filo d’acqua, se no i poveri cristi che stavano sparpagliati tutt’attorno, a gettare sangue sui magri campicelli che si arrampicavano penosamente lungo i costoni della montagna, sarebbero morti, in quella fornace!
Di tanto in tanto il torpore della calura veniva rotto dai richiami di coloro che riuscivano a vedersi da lontano, mentre erano intenti ai propri lavori o si accingevano a trovarsi un posto al fresco per mangiarsi in pace un boccone di pane dopo tanta fatica. Essi si
scambiavano, con lenti e ampi cenni delle braccia, qualche saluto, portandosi la mano a imbuto davanti alla bocca e urlando, con quanto fiato avevano in corpo, dei prolungati “Ooohh!... Ooohh!..., per richiamare uno l’attenzione dell’altro, in quei pochi momenti di pausa.
Ma l’acuto grido che tutt’a un tratto stracciò la pesante e caliginosa cappa che pesava sull’Acquazzeto non aveva niente in comune con i gioviali e robusti richiami intervallatisi fino a quel momento. Chi si trovava vicino al punto dal quale esso si era alzato, aveva anche potuto sentire chiaramente la stessa stridula voce gridare disperatamente:
«Oddì cu fuàtte!... Oddì cu fuàtte, scillirà!»
Di lì a qualche minuto Zì Munghe, che si stava scapicollando, per andare a vedere cosa diavolo fosse successo, si vide precipitare contro, come una furia, ’Nadimònica, la vedova di Climende di Chiavarùle, che correva all’impazzata e si strappava i capelli, dandosi pugni in testa e schiaffi sul viso dai lineamenti sconvolti. La povera donna urlava, strepitava, piangeva peggio di quando le avevano riportato a casa la buon’ anima del marito dentro il lenzuolo, dopo che era caduto dall’asino, dal Ponte della Strega, e si era sfracellato.
Qualcuno degli altri che erano arrivati sul posto credette che quella fosse stata morsicata da una vipera (che te ne potevi fidare, con quel caldo arrabbiato?).
Ma dai gesti frenetici e dalle frasi smozzicate di ’Nadimònica, alla fine, si riuscì a realizzare che lì vicino doveva essere stato accoppato qualche cristiano.

Lo avevano trovato con la faccia affondata tra i tapponi inzuppati di sangue nero, gettato come un cencio. Aveva ancora un avambraccio premuto sopra la testa sfondata, nel disperato tentativo di proteggerla. Più su, verso il fosso, l’erba era schiacciata e solcata
da strisce di altro sangue raggrumato e dentro il fosso era abbandonato un bidente con le punte anch’esse sporche di sangue. ’Ndrijuccio lo aveva buttato lì ed era scappato come
una lepre non appena aveva sentito strillare come un’ossessa la madre, accorsa perché li aveva sentiti litigare.
I carabinieri lo presero alcuni giorni dopo, mentre si aggirava, come uno che avesse visto gli spiriti, per i boschi di Mulitegno, ripetendo: «È stato il diavolo!... il diavolo! Mi è entrato in
corpo a tradimento!... In un attimo di rabbia!...» Vedi un po’ tu dove può andare a finire uno scherzo!

Come gli altri giorni, quella mattina ’Ndrijuccio, Minicandònio e ’Nadimònica erano partiti dal paese che era ancora scuro: la Vlocca si trovava ancora sopra a Mindicorno e giù, verso Sandrocchello, un chiowo ripeteva, a lunghi intervalli, il suo verso. Prima che il sole sorgesse dalla parte della marina, si sarebbero dovuti trovare sull’Acquazzeto, dove stavano zappando un pindonello, per piantarci un po’ di grano saraceno, quell’autunno. La madre, intanto, avrebbe pensato a raccogliere nel bosco lì vicino un po’ di legna secca da stipare per l’inverno. Aveva potuto preparare, per colazione, una piccola pizza con un pugno di farina di granturco che era riuscita a procurarsi – solo Dio sapeva come – il
giorno prima. S’era alzata nel cuore della notte, per prepararla; ché voleva che i figli suoi se la trovassero sopra la mesa bella dorata e fumante, al loro risveglio. Ah!... che non fosse mai stato, il momento in cui l’aveva fatta!
L’aveva divisa in tre parti: una per ’Ndrijuccio, il più grande, e l’altra per Minicandònio; la terza l’aveva divisa in altre due porzioncine, che aveva lasciato nella cenere del camino; così ’Ndrjuccio e Minicandònio avrebbero potuto mangiare quella grazia di Dio calda calda, prima di andare sulla montagna. Erano così poche le volte che i suoi figli potevano uscire di casa con qualcosa nello stomaco!

Lei non aveva assaggiato una sola mollica di quella pizza, ché se la sarebbero dovuta mangiare solo gli uomini suoi. Facevano tanti sparavita, pover’uomini! E poi lei c’era abituata a digiunare. Quando i figli avevano visto che quel giorno avrebbero avuto qualcosa da mettere nel tascapane, erano stati molto contenti e si erano avviati al lavoro
con un passo più svelto del solito. Per strada avevano chiacchierato e riso assai, e quando erano arrivati all’Acquazzeto si erano dati da fare con la zappa e il bidente.
’Nadimònica, lasciandoli per andare a fare legna, aveva posato il tascapane con la loro colazione sopra un pietrone vicino al fosso. E a ’Ndrijuccio, che le aveva chiesto se per mezzogiorno avrebbero dovuto aspettarla o se, come faceva spesso, avrebbe mangiato
nel bosco, per non perdere tempo a tornare da loro, aveva mostrato un involto, dicendogli che mangiassero pure senza di lei.

E come avrebbe potuto mangiare insieme a loro? Avrebbero visto che nel suo bel fagotto, al posto della sua porzione di pizza gialla, c’era un mattone. No, i figli suoi dovevano mangiare in santa pace. Lei qualche cosa, nel bosco, l’avrebbe trovata. E se no, pazienza! Tanto lei a digiunare c’era abituata. Più tardi avrebbe bevuto qualche sorsata d’acqua fresca e così si sarebbe riempita lo stomaco pure lei.
Ah!... non l’avesse mai cotta, quella pizza!

’Ndrijuccio, con il suo bidente, lavorava come un asino e voltava le spalle al fratello, che stava vicino al pietrone sul quale era il tascapane con la colazione. Cominciava a fare caldo e Minicandònio sentiva sempre più forte la voglia di sgranocchiarsi la sua porzione di pizza.
Piano piano, senza farsene accorgere, afferrò il tascapane, prese la sua parte e, dicendo al fratello che andava a bere lassù dove usciva quel filo d’acqua, si sedette lì vicino, alla rada ombra di un alberello intisichito, e divorò in due bocconi la pizza. Poi, siccome quella non gli era entrata nemmeno in un dente e anche perché aveva sempre in mente l’altra porzione,
tornò indietro quatto quatto e arraffò anche la pizza di ’Ndrijuccio, ripromettendosi di prenderne solo un pezzettino.
La fame, però, poté più della sua volontà e anche questo pezzo finì nel suo stomaco.
Al suo posto, nel mandricchione mise una pietra e ripose l’involto nel tascapane, ridendo compiaciuto tra sé della bella sorpresa che avrebbe fatto a suo fratello, di lì a poco.
Così, tutto soddisfatto, tornò a zappare, sghignazzando dentro di sé di tanto in tanto.
«Ehi», gli disse dopo un po’ ’Ndrijuccio, «che ne dici se ci fermiamo e ci mangiamo quella bella pizza che ci ha preparato mamma? Ormai deve essere mezzogiorno. Lo vedi il sole come è alto e come cuoce? Dài, andiamo; ché tengo una fame che non ci vedo!»

Minicandònio non stava più nella pelle: pensava, tutto soddisfatto, alla faccia che avrebbe fatto il fratello quando avrebbe aperto il mandricchione e si sarebbe visto comparire la pietra al posto della pizza. Chissà come avrebbe reagito a quello scherzo?...

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