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Ultimo aggiornamento: Mercoledì 13 Dicembre - ore 23.19

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Gli umani sentimenti - Minìn

di Giovanni Bilotti - In collaborazione con Edizioni Cinque Terre.

Gli umani sentimenti - Minìn

- Aveva appena partorito cinque splendidi gattini. La “clinica fai da te” si trovava sotto un cumulo di stracci, sedie e bauli posti in disordine in un vano della casa di zia Adele, un piccolo edificio di campagna le cui finestre si aprono sul fiume Vara.
Minìn era una gattina indaffarata e premurosa, da poco diventata mamma. Miagolava alla padrona di casa per sollecitarla a portare cibo e acqua ai suoi micetti. Poi, subito dopo, eccola uscire dalla porta – aiutandosi con una zampina per aprirla – per ritornare, all’improvviso, a controllare se tutto fosse a posto. Movimenti, questi, che si susseguivano innumerevoli nelle ore di una giornata.
Intanto i giorni passavano e un martedì, zia Adele, spinta dalla curiosità di vedere i cuccioli, prese un bastone dalla cucina, lo allungò al buio verso la covata e cominciò a tirare a sé. Nella maldestra operazione due piccoli persero la vita.
Minìn, allora, raccolse i superstiti e li portò fuori da quella casa. Ad uno ad uno, tenendoli fra i denti con sicura tenerezza.
Ma il proprietario del luogo dove Minìn aveva deciso di iniziare una nuova vita, li riportò a zia Adele minacciando di sopprimerli se la cosa si fosse ripetuta. Lui, disse, non poteva permettersi di mantenere altri gatti oltre ai suoi.
Così la casa di zia Adele riprese a risuonare di miagolii, tonfi e altri strani suoni. Suoni che assumevano, a volte, il ritmo di un’orchestra improvvisata e irresistibile. E?poi si rincorrevano, miagolavano, giocavano a nascondino, strappavano le tende, rovesciavano qualsiasi cosa incontrassero nella loro corsa, lottavano fra di loro e sporcavano dove capitava. La zia era disperata. Non c’era posto che non avessero occupato e segnato almeno un poco: dal tavolo di cucina, al camino, alle scale che portano al piano superiore (dove c’era la cuccia per dormire) al letto, al poggiolo.
Ogni mattina, quando zia Adele apriva la porta della sua camera, trovava ad aspettarla l’allegra famigliola. E quando si svegliava un po’ in ritardo, rispetto al solito, veniva accolta da una sorta di protesta: un coro di miagolii nient’affatto affettuosi.
Dalla zia erano soliti andare i nipoti e i pronipoti; questi ultimi, incuriositi dalla presenza dei micini, avrebbero voluto toccarli, prenderli in braccio, coccolarli un poco. Questo, però, causò non pochi disagi ai gattini e, soprattutto, non piacque a Minìn la quale, forse non ritenendo più la casa un luogo sicuro per far crescere in tranquillità i suoi piccoli, decise di riprendere la via dell’esilio. E riportò, in simpatica fila indiana, i suoi figlioletti nello stesso posto, là dove in precedenza erano stati espulsi. Il proprietario, questa volta, nel riportare la nidiata, redarguì ancora più severamente zia Adele esortandola a miglior attenzione.
Solo dopo il terzo tentativo di trasloco, anche questo andato male, Mariangela, per evitare seri guai a mamma gatta e ai suoi micini, decise di portar via i piccoli. Comprò un trasportino, vi rinchiuse i tre gattini superstiti (in un momento in cui Minin era assente), e, come da accordi assunti in precedenza, ne donò uno a ciascuno dei tre giovani che li avevano richiesti. Le ultime notizie li danno felici come pascià a ripetere le solite cose che facevano a casa di zia Adele, a dimostrazione della naturale adattabilità degli animali a ogni tipo di situazione.
Nel frattempo Minìn cercava i suoi piccoli, miagolando dentro e fuori la casa della zia. Pareva inconsolabile la sua pena. Già vecchia, la gattina ispirava tenerezza. Eppoi quel suo chiamare senza voce (un difetto di natura o un incidente) faceva venire i brividi, un nodo di amarezza alla gola. Ma la scelta era stata fatta e non si poteva in alcun modo rimediare.
Nonostante il dolore che stava vivendo, Minìn sembrava però già pronta a rimettere su famiglia, come a rispondere a un preciso quanto misterioso comando. Ascoltando la sua natura, giustificava così la sua presenza nel ciclo produttivo della vita. Il gatto del vicino, infatti, le faceva di nuovo le fusa e lei sembrava pronta ad accettarle.
Allora, Mariangela, la mise nel trasportino e la portò dal veterinario nell’intento di evitarle una nuova gravidanza. E fu la scelta giusta. Il dottore rimase sbalordito quando aprì il ventre della povera Minìn.
– È certamente stata, disse, investita da un’auto diversi anni fa. Il suo intestino era un groviglio di cicatrici di ogni tipo. Deve, continuò, aver sofferto molto quando ha dato alla luce i suoi gattini. Davvero non so spiegarmi, nonostante la mia esperienza, com’abbia potuto superare il parto (e ora i micini le sono stati tolti, sommando così dolore a dolore, pensò ad alta voce Mariangela). Poi, dopo una breve pausa: – Non ho timore a confessare che come medico mi sono sentito del tutto impreparato di fronte a quel quadro clinico, in un certo senso disperato, comunque ho cercato di fare del mio meglio: tagliando, cucendo, rattoppando. Inoltre, aggiunse, l’occhio sinistro di Minìn è molto più grande rispetto all’altro perché nasconde un glaucoma, non curato e assai pericoloso. Ora non si può operare, concluse, perché lei è troppo debole, ma rischia la cecità totale. Bisogna seguirla. Eppoi, al momento del commiato: – Avrebbe bisogno di almeno dieci giorni di riposo e cure in luogo caldo, sicuro e protetto.
Così da qualche mese Minìn vive nel bagno in casa di Mariangela. Si è rimessa in salute, dorme, mangia e viene curata. Ma comincia a battere le zampine contro la porta perché qualcuno gliela apra.
– Ora è ancora inverno, piove, fa freddo. A volte il vento soffia così forte che le imposte stridono. Aspettiamo il sole, dice Mariangela. Però tentenna, la guarda con amore, ma anche con ansia. È chiaro, però, che un giorno Minìn tornerà nel suo ambiente naturale, a ciò che il destino ancora le riserva sia nel bene sia nel male. Ad oggi, comunque, un primo consuntivo si può stendere: in poco tempo, dalla maternità è passata alla disperazione, e dalla disperazione al tavolo di un veterinario; infine, nello spazio angusto e innaturale di un bagno. Con un cesto e un cuscino su cui dormire, una manciata di crocchette, il contenitore dell’acqua e la lettiera per le sue necessità quotidiane. È onesto aggiungere che la dolce Minìn ha risposto con felice mansuetudine ai capricci del destino e all’imprevedibilità della vita. Come d’altronde tutti gli animali. Immersi come paiono essere dentro il mistero da cui trae origine l’esistenza stessa e, per questo, forse, così vicini alle regole che ne guidano il cammino.
In quel bagno, che si potrebbe definire una specie di pronto soccorso, vi hanno trovato ospitalità, in passato, la tenace Malatina (quanta tristezza quel suo tumore al fegato) poi uccisa con una puntura perché non soffrisse troppo; Tigri Due, prima che la leucemia se lo portasse via e, infine, Cecchina, la più anziana del gruppo condominiale, quando la neve poteva esserle fatale, e, in seguito, qualche giorno prima di morirvi. In silenzio. Senza disturbare.
Ora c’è lei, in quel luogo, Minìn la dolce, Minìn che miagola in modo strano perché priva di voce. Che però sa farsi capire, eccome. E carezzare e d’istinto voler bene: quando ti si avvicina, fiduciosa e dolce, e ti spinge la gamba con la testa, e si strofina.
Perché chiusa in un bagno, allora? Perché un cane vecchio e abbandonato dal suo padrone, sta chiuso dentro la cucina e quattro splendide gattine raccolte dalla strada miagolano, si divertono e devastano (quando possono) ogni cosa nei restanti vani della casa.
Il canarino, ultimo arrivato, ancora non si è reso ben conto dove sia capitato (infatti fischia come fosse solo).
Tutti figli, comunque, nessuno escluso, dell’egoismo, del cinismo e dell’indifferenza umana.

Giovanni Bilotti

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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