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Ultimo aggiornamento: Mercoledì 13 Dicembre - ore 23.19

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Gli umani sentimenti - Cavallino

di Giovanni Bilotti - In collaborazione con Edizioni Cinque Terre

Gli umani sentimenti - Cavallino

- Eri l’ultimo arrivato. – Sentivo miagolare, come un lamento. Un pianto. Ripetuto e prolungato. Poi finalmente l’ho visto. È sbucato da sotto un auto quello scricciolo quasi tutto bianco. Un musino simpatico, il suo. È piccolo, magro magro. Chissà da dove viene, non l’ho mai visto prima, disse la donna al marito. Anche a lui poi hai miagolato. Avevi fame. Gli andavi incontro appena sentivi i suoi passi avvicinarsi (ma è durato poco, purtroppo. Due, tre settimane al massimo). Sbucavi all’improvviso da sotto un auto, là, nella piazza dei parcheggi. Saltellavi come un piccolo puledro e poi strusciavi muso e coda contro le sue gambe in una specie di danza come a dargli il benvenuto. E solo dopo qualche carezza, qualche buffetto sul dorso, ti avvicinavi al piatto. Prima gli giravi intorno. Ma quando iniziavi a mangiare, ingoiavi i bocconi con estremo gusto. E ogni tanto ti stiravi. Era un piacere vederti quando ti fermavi un attimo a prendere respiro per poi ricominciare avido e veloce più di prima. Davvero era felice di averti conosciuto, anche se adesso ha tanta amarezza dentro. Il vostro appuntamento era là: sotto un auto, al centro della piazza. Aspettavi che venisse, e lui era puntuale: a colazione e cena sapeva di trovarti. Nessuno dei due ha mai tradito l’altro. Poi, tutto a un tratto, sei sparito. Ti ha frequentato poco, eppure sapessi quanto gli sei rimasto dentro, quanto si sente a te attaccato. È davvero strana, la vita. Uno è capace di vivere per anni e anni con qualcuno, fianco a fianco, parlargli, credere di conoscerlo, e bene, sino in fondo, e poi capita il momento che si accorge, prende atto che per lui l’altro è un estraneo. Con te è capitato l’esatto opposto. Ti ha appena conosciuto, eppure è così enorme il vuoto che dentro gli hai lasciato. Che se ci pensa soffre. Vorrebbe di nuovo, come prima, carezzarti, parlarti, sentire il tuo miagolio chiamarlo. Gli basterebbe sapere, guarda, che sei vivo (che gioia sarebbe sentirsi apostrofare: – Ehi, ho visto Cavallino! Correva felice tra una macchina e l’altra e sembrava stare bene, essere guarito). Ti ha cercato. Ha chiesto in giro a quanti ti hanno visto correre e dormire, là, sul muretto, ma nessuno, proprio nessuno più ti ha visto. Poi, una voce, lo ha fatto stare male: - L’avranno avvelenato, disse qualcuno. Già, i gatti danno noia a tanti, a troppi. E la gente, purtroppo, non tutta per la verità, è quella che sappiamo. Non sopporta neppure che un gattino miagoli la sua fame (o il suo bisogno d’amore) sotto una finestra o un balcone. E se insiste, poi, irrita a tal punto, che qualcuno, all’occasione, si dimostra per quel che veramente è: cattivo e stolto. Davvero la solidarietà ha fatto la fine della comprensione? la sensibilità, quella dell’amore? Tutto, tutto è finito dentro i buchi neri del cinismo e dell’egoismo gretto? L’uomo, a volte, pare animale così pericoloso da non capire che si sta isolando. Non tollera un diverso da sé stesso. Lo caccia oppure l’avvelena. Senza esitazione. Fa pensare, il suo comportamento da assassino, che mai ne sia nato uno più malvagio. Più vile e infame. Eppure è giusto credere in lui, sperare. Ma poi il ricordo ritorna a quell’anziana arida e mordace che, rivolta all’amica un po’ più giovane, là sul balcone che dà sulla piazza dei parcheggi, vedendo l’uomo portare il pasto quotidiano a quei simpatici randagi, quasi gridò in modo che sentisse: – Visto? visto che roba! Come se lui avesse compiuto chissà quale misfatto: tolto o negato, invece che aver offerto un pasto a chi in quel momento non chiedeva altro. Lui spera ancora di rivederti un giorno. Ogni mattina e sera va là, infatti, in quell’angolo di muretto, a vedere dentro il cesto dove i tuoi sogni portavi a riposare: sotto le stelle, che erano il tuo tetto (e il tuo orologio per salutare i sogni: l’ora giusta, insomma, per darsi una stirata e poi subito avviarsi verso l’appuntamento del mattino). E un giorno sei tornato, ti ha rivisto! Davvero un miracolo è avvenuto! Là, in fondo alla piazzetta sei spuntato. Insicuro. Camminavi a tre zampe, la quarta sembrava un’anta di finestra in balia del vento. Una specie di stampella che tagliava l’aria. Senza toccare terra. Oscillava. Correvi, adesso. Avevi visto la sua figura. Dio, quanta pena nella gioia di rivederti, riaccarezzarti. D’allora, per oltre un anno, gli incontri si sono ripetuti, diligenti, per il pranzo e per la cena. Sicuri. Come prima. Tu venivi, quando la malattia non ti mordeva dentro, al posto solito:?dove lui era ad aspettare che tu scendessi gli scalini lanciando sguardi e miagolii. Certo, cibo e medicine (in dosi sempre più massicce), avevano riempito di speranza il cuore dell’uomo e forse il tuo. Lui credeva persino, a volte, che tu fossi guarito (o quasi) quando ti vedeva puntare un obiettivo, pezzo di carta o altro, e poi correre, aggredirlo. Quindi, soddisfatto della vittoria, andartene impettito. Tu, forse, a credere al suo amore, a quello sguardo che non ti lasciava se non quando dietro l’angolo eri sparito. Poi, tra ricadute e assenze, alcune prolungate, proprio non ce l’hai fatta più. Lui stava entrando in piazza con l’auto, quella sera, quando ti ha visto scendere le scale e andargli incontro. Tu gli hai miagolato, e lui ha capito. Nei pressi c’era un camion con rimorchio che faceva retromarcia. Tu non l’hai visto (era un segnale, per lui, questo...). Ma l’autocarro si è fermato in tempo. Tu continuavi a miagolargli e allora lui ha deciso. Ti ha portato in auto, subito, dal veterinario. Per l’ultimo viaggio. Sei entrato calmo dentro il portantino. E, durante il tragitto, neanche un movimento, un miagolio. Forse sapevi tutto. Stavi in attesa, docile. Dell’evento. Sino all’ultimo lui ti è stato vicino. Sino a quando l’anestesia ti ha reso rigido, addormentato. A quel punto il veterinario lo ha invitato a uscire dallo studio: “La morte è sempre un brutto spettacolo”, gli ha detto. Ora riposi vicino a Chiara, la criceta di Filippo, a Minin e al canarino (non lontano da Tobia e Sonny) e il Vara che scorre nel suo letto, certo t’aiuta alla sera a prender sonno. Però un dilemma ora squassa la sua mente: davvero l’amore può invadere a tal punto la vita di chi si ama da indurre a soffocarne il soffio, la speranza? Desiderare il bene dell’amato, ardentemente, vuol dire, forse, a volte, perderlo per sempre? Veramente la radice o anima è la stessa? Si esprime, unisce e poi separa? Qual è il “segnale” da capire? Quale il segreto? Quale la “lezione” che impartisce? La prova da superare? E infine: s’inganna o no l’amore ascoltando quella “voce” che imperterrita strazia, tradisce il cuore quando ripete indifferente:?– Basta, è finita. È ora di farlo tacere?

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