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Destini raddrizzati

di Andrea Derchi - In collaborazione con Edizioni Cinque Terre.

Destini raddrizzati

- Don Franco era un sacerdote particolare: fede profondissima, carattere impossibile, diplomazia inesistente. Non si era mai interessato di politica, tanto meno vaticana, ma ostentava sincerità e trasparenza, se non asprezza, nei confronti dei tanti formalismi dei suoi parrocchiani. Perciò lo consideravano brusco e sanguigno, ma anche affidabile e generoso verso chi ne aveva veramente bisogno. In un autunno non da cartolina, che invece di essere dorato era umido e caldo, iniziò il suo ennesimo corso per fidanzati con un po’ di apprensione e qualche dubbio. Nel corso precedente si era sforzato ogni minuto di guardare oltre il monolite dottrinale espresso nelle circolari romane. Senza emettere giudizi da rotocalco su coppie di fatto, pubblici concubini, PACS e via dicendo, aveva cercato di penetrare dubbi e certezze dei ragazzi, per incoraggiarli, avvertirli, perdonarli anzi tempo. E nonostante ciò, ad un anno di distanza, delle dodici coppie istruite, solo due erano ancora unite: tutte le altre, separate, divorziate, annullate, sacrarotate, in un’ escalation già percepita negli anni indietro. Si sforzò dunque di iniziare le lezioni allegro, partecipe e pronto ad ascoltare tutti, come sempre: ancora una volta gli sembrava di poter fare, come aveva sognato da bambino e poi letto in chissà quale romanzo, il raddrizzatore di destini. Via via che gli incontri si susseguivano, il suo interesse si concentrò su una coppia di giovani, che gli sembravano più innamorati degli altri: Ronny e Vera. Così, al temine delle serate, gli capitava di fermarsi a parlare più a lungo con loro, a confrontare tanti argomenti, prospettive, giudizi. Non tutto quello che scopriva, però, era come sperava: i due giovani avevano fuso nel loro rapporto una bramosia di ostentazione, di consumismo e di denaro, di cui neanche si rendevano conto del tutto. Avevano, sì, deciso di devolvere ad Emergency i soldi delle bomboniere, infilando nelle scatole il ringraziamento al posto della bigiotteria, avevano, sì, deciso di sancire il loro amore col bollo di Santa Romana Chiesa, avevano, sì, comprato i vestiti firmati con tanto di strascico e scarpe borchiate, ma i loro pensieri erano vuoti, ipnotizzati e lontani anni-luce dalle possibili difficoltà, come se volessero rimuoverle in anticipo o scaricarle sugli altri. O almeno, così sembrava a Don Franco, che poi tornava a casa deluso e cercava di ritemprarsi nelle letture sacre o nelle telefonate agli amici d’infanzia, per lo più miscredenti. Ogni sera, al corso, con un’ostinata fiducia nel genere umano e in quei ragazzi, cercava nuovamente di far breccia nell’animo dei nubendi, ma sempre di più, al di là dell’ufficialità, sentiva parlare di RyanAir, di vela, di tennis, di nuovi telefonini, di figli programmati, di soli tropicali, di circoli esclusivi. E ogni sera, allora, restava più deluso e combattuto, forse capiva di aver esagerato nell’interesse verso i due e di essere andato oltre il suo compito. Giunse finalmente, il giorno del Matrimonio. Don Franco era chiuso in un mutismo contrario alla sua natura. Con poche parole e un mesto sorriso, salutò i giovani e si avviò all’altare. Durante la celebrazione, però, avvenne in lui un’ ulteriore mutazione interna, violenta, lacerante e assordante, tale da investire la sua stessa vocazione, non seppe mai se scatenata dalla Mercedes grigia, dai lamè della prima fila o dalla firma di Valentino sul tulle della sposa…sentiva in ogni modo, anche col corpo, che la sua missione era di NON sposare Ronny e Vera. Fu un’ora drammatica per la sua mente dolorante, ingabbiata in quella stola e in quelle formule. Arrivato il momento fatidico, dopo che i due avevano pronunciato già il rituale si, Don Franco, con la testa rimbombata dalle parole “…parli ora o taccia per sempre…”, trovò il coraggio della sua vita. Con voce alta e scandita e il pensiero fisso al giorno dell’entrata in seminario, disse: “Io non posso sposarvi, non posso benedire, con le parole di Gesù, un’unione che Voi per primi desiderate solo per la forma e l’esteriorità, le cose assenti nel Vostro Municipio. Perciò ripensateci e tornate quando sarete più convinti!” Nel silenzio di tomba seguito a quelle parole, il sacerdote si girò, si fece il segno della croce e tornò rapidamente in Sagrestia. Tra la confusione e le urla che seguirono, le grida più alte furono quelle di un anziana donna, che da anni serviva Messa: “Quell’uomo è un Diavolo! Vi ha resi concubini! Dio lo ucciderà!” Don Franco riuscì, ancora scosso, a svestirsi, uscire da una porta secondaria e raggiungere con l’auto l’unica destinazione possibile: il suo Vescovo. In Curia dovette fare parecchie ore di anticamera, tra quadri e velluti, il tempo necessario perché Sua Eccellenza, avvertito dalla pia donna, riuscisse a calmare le acque in Chiesa, inviando il Segretario; costui si salvò parlando di improvviso malore, di Chiesa immortale, di fedeli devoti… Giunto al colloquio, Don Franco si sentì pacatamente dire: “Figliolo, ti sei messo in un vicolo cieco. Perché non mi hai parlato prima? Cosa credi? Che io non abbia mai celebrato matrimoni poi falliti miseramente? L’importante è non dare mai scandalo e risolvere tutto tra noi. Per cui, o torni in Chiesa e li sposi, o esci dal Sacerdozio. Decidi Tu”. Col cuore gonfio di amarezza, Franco non parlò, ma si rese conto di non poter tornare più indietro e accettò la sospensione a divinis del Vescovo. Passarono molti anni, Ronny e Vera, sposati quel giorno dal segretario di Sua Eccellenza, fecero le vacanze alle Maldive, come volevano loro e l’incidente fu chiuso. Ma il Matrimonio non durò a lungo, e dopo due anni ottennero l’annullamento, come volevano le famiglie. Il caso volle che Vera, dopo un altro Matrimonio religioso non del tutto riuscito, si rivolgesse di nascosto ad uno psicologo di una città vicina, per consiglio e aiuto. La sorpresa fu di trovarsi di fronte Franco, che, trovato lavoro in un Supermercato, era riuscito poi a laurearsi in psicologia e a riprendere in altro modo la sua carriera di raddrizzatore di destini. L’incontro fu breve: l’abbraccio tra i due, forte, spontaneo e senza parole, aveva raddrizzato un destino, senza seduta e senza acqua santa.

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