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Ultimo aggiornamento: Mercoledì 13 Dicembre - ore 23.19

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Crash

di Mario Manzo - Tratto dal libro "Dodici corde", in gentile concessione da Edizioni Cinque Terre.

Crash

- Quando mi accorsi della indistinta macchia grigia che mi veniva incontro a forte velocità, uscendo dalla curva come un pensiero incontrollabile, capii che non c’era alcun modo di evitarla.
Per un attimo osservai il movimento della mia piccola Rover farsi sghembo rispetto al morbido asfalto, poi più nulla!
Riaprii gli occhi, o così mi parve, distanziato dalla scena dell’incidente. Le ruote minute della
Rover giravano rivolte al cielo, come nella scena di un film, e allora notai il mio corpo fra i rottami, simile ad una triste scultura biomeccanica.
Ero nebbia: non potevo distinguermi dai bianchi vapori che si spostavano lentamente sopra la strada di campagna. Intorno alle lamiere contorte gli alberi spogli erano spettatori imperturbabili; il loro stormire monotono li dichiarava assenti dall’accaduto.
E anch’io, per un certo verso, mi sentivo tale. Il mio involucro umano, straziato, era inerte: la mano che sporgeva dalla portiera capovolta lasciava cadere gocce di sangue scuro sui sassi grigi.
Pur sentendo ancora qualche sprazzo di vita nella mia antica forma, mi sentivo attirato altrove, e nessuna pena mi si imponeva per me stesso.
Più lontano, la sagoma grigia che pochi istanti prima era parsa imprendibile, era immobile, anch’essa devastata. Al suo interno l’uomo alla guida si agitava scomposto, delirando; era ben vestito, curato: avrei detto un avvocato o un banchiere. La sua Mercedes, che era stata un’arma involontariamente perfetta, testimoniava un tenore di vita elevato.
La mia Rover, peraltro, vittima predestinata, era stata l’ufficio mobile di un modesto commercialista.
Ricordo l’apprensione che mi governava pochi istanti prima del crash: ero in ritardo all’appun- tamento con un importante imprenditore, ancora una volta.
Nonostante mi dibattessi, la mia vita era disorganizzata e il lavoro ne risentiva in maniera evidente.
Ultimamente avevo ricevuto più di una lamentela e avevo perso parecchi clienti: il fatto che fossi in ritardo anche oggi minacciava di rappresentare un’altra disfatta.
Ora, invece, non me ne poteva interessare di meno! Le mie sensazioni, pur avendo parvenza umana, erano parte di un contesto superiore. Finalmente la pace!
Ricordo che i miei guai erano iniziati con la perdita di Rita, la mia compagna di sempre ed insostituibile assistente; c’eravamo lasciati bruscamente un paio d’anni fa, e da allora la mia vita era cambiata.
Non c’era giorno che non la rimpiangessi, e mi sentivo naufragare sempre più velocemente.
Poco prima dell’ìncidente la mia testa era piena di pensieri confusi, misti ad angoscia; adesso l’angoscia era per me un sentimento inafferrabile.
Alcuni uccelli volavano bassi in cerca di prede, capaci di sfruttare la forza del vento con innata maestria.
La mia visuale era sempre più larga: vedevo il mio corpo sempre più piccolo, mentre mi sentivo trascinato, insieme alla foschìa che mi circondava, verso una pace assoluta.
Eppure qualcosa mi impedeva di abbandonare la scena dell’incidente, e quei due corpi che si dibattevano contro la morte. Il mio polso si faceva sempre più debole, mentre la terra accoglieva fredda il mio sangue.
Sentivo, invece, che l’altro individuo se la sarebbe cavata, e avrei voluto dirgli di non preoccuparsi e di farsi coraggio; tantomeno che si sentisse in colpa per me.
Io, finalmente, stavo bene.
Lo stormire delle fronde, intanto, veniva coperto da un suono acuto: arrivava un’ambulanza.
Chissà chi l’aveva chiamata. Ero ad un passo dal dare l’addio alla scena; la nebbia che ora mi dava forma era sospinta da un vento leggero e carico di promesse. Mi piaceva abbandonarmi ad esso.
Ma qualcosa mi trattenne mentre il mio corpo veniva caricato sulla barella: erano le mie mani, distese e immobili. Non le avevo mai osservate bene; erano ben curate, nobili in un certo senso.
Dicevano qualcosa di me, di ciò che ero stato in vita. Erano calme, riservate e coraggiose.
Mentre pensavo a questo, sentii dentro di me un segnale flebile. Non potevo ignorarlo! Era una specie di richiamo. Era il bisogno forte di un commiato alla vita. Gli infermieri sull’ambulanza dividevano i loro sforzi su entrambi i fronti: il mio amico ben vestito sembrava rispondere alle loro sollecitazioni più di me.
Qualcuno eseguiva sul mio petto un deciso massaggio cardiaco. Avvertivo le lontane pulsazioni del mio cuore e avevo voglia di seguirle. Ma ciò mi procurava il risveglio di un sordo dolore.
Ero combattuto.
La nebbia che ero continuava a riempire il cielo con movimenti indecifrabili, ma non più strani dei soliti, affannati gesti quotidiani che non avrei più dovuto ripetere.
Le mie mani, composte sul lenzuolo di carta, erano ferme come i grandi alberi che l’ambulanza superava a forte velocità. La flebo che arrivava al mio braccio destro portava linfa vitale un po’ come le loro radici, senza fretta alcuna.
Il mio amico sconosciuto riprendeva coscienza accanto a me; dal suo dibattersi capivo che aveva sempre lottato contro ogni ostacolo senza arrendersi.
Sentivo che ormai ce l’aveva fatta, e l’ansia febbrile che mi cresceva intorno scaturiva dal mio corpo che non si voleva abbandonare.
In alto, sopra la foschia, volteggiava un’aquila, padrona di tutto. Ecco come avrei voluto essere veramente! Ecco come avrei voluto rinascere! Era un’immagine splendida, che mi distoglieva dall’oblìo, e mi dava la forza di affrontare il senso di angoscia che saliva fino al cielo, fino a me, e mi rendeva diverso dai piccoli uccelli che mi volteggiavano intorno, incuranti.
Potevo scegliere fra la pace e la faticosa lotta che mi aspettava. La mia natura sapeva qual’era l’unica decisione possibile, e allora, invece di vedere sparire l’ambulanza dietro la curva e diventare per sempre nebbia, abbandonai quel morbido ed etereo abbraccio, e spinsi i miei atomi verso la strada, sentendomi come un angelo dannato che cade, colpevole di aver rifiutato la luce di Dio.
E, mentre cadevo, ritornavo parte di ciò che ero: sentivo avvicinarsi i debolissimi battiti del mio cuore, sentivo il bruciore delle ferite aperte e, in definitiva il peso della vita terrena. Con quel peso non avrei mai potuto volare come l’aquila sopra di me, mai avrei potuto sentirmi padrone di tutto, se non con vana illusione.
Ma la mia natura era un richiamo troppo forte; curiosamente pensai alle balene che vanno per loro volontà ad arenarsi sulle spiagge, rinunciando alla libertà degli abissi marini: cosa seguono, se non la loro natura?
E tale pensiero fu talmente doloroso da fondersi con il mio corpo assetato d’aria, con le sue ferite aperte e le ossa rotte, in un unico grido.
Non trovai di meglio da fare che radunare le mie strie di nebbia in un pulviscolo d’acqua, ed entrare in qualche maniera nella boccetta di soluzione che alimentava la flebo.
Quindi, mentre goccia a goccia, rientravo nel mio involucro, sentivo di avere obbedito ad un ordine, all’imperioso comando di una Natura tiranna, e la mia ribellione divenne rabbia.
Ebbene, fu proprio un’esplosione di rabbia che, dalla flebo, mi entrò nelle vene, e spazzò via ogni catena, risvegliando dal sonno ogni cellula del mio corpo, con violenza, diluendo in ogni piccola parte di esso la cocente frustrazione di un immenso rimpianto.
Ogni mia fibra fu scossa dal crescente furore, ed ognuna di esse, pur rifiutando di tornare a vivere, fu costretta a farlo, gridando come un bambino che nasce.
Le mie mani si mossero, come in cerca d’aiuto. Socchiusi gli occhi e cercai subito di guardare al cielo, per vedere la nebbia, e, sopra di essa l’aquila maestosa.
Misi a fuoco, invece, lo splendido, tenero sorriso dell’infermiera, e mi sembrò di vedere il viso più bello del mondo: mi parve Rita, così come se fosse sempre rimasta accanto a me.
La rabbia svanì poco a poco, lasciandomi sfinito; il mio cuore ritornava ad un ritmo regolare, con l’approvazione del medico che seguiva il monitor al mio fianco.
Il mio amico si era già ripreso, e, alla mia destra mi guardava felice con gli occhi stanchi e il sorriso nascosto dalla maschera a ossigeno.
La boccetta della flebo lasciava cadere le ultime gocce di liquido trasparente. Avvertii che le vivide immagini di pochi istanti prima si stavano disgregando, inafferrabili; il mio sogno sospeso fra vita e morte era all’epilogo.
“Che ore sono? “furono le prime parole che riuscii a biascicare: pensavo confusamente all’appun- tamento di lavoro, al mio ritardo, alle mie preoccupazioni.
La giovane infermiera mi fece solo un cenno, portando il dito vicino alla punta del naso; poi mi strinse la mano, e sorrise, rimanendo accanto al lettino.
Anch’io, provando un lieve dolore, sorrisi: a lei, ricambiando, e alla vita!

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