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Ultimo aggiornamento: Martedì 21 Maggio - ore 13.17

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Un kg di muscoli vale un metro e mezzo di plastica

L'Enea ha studiato un processo per riciclare la rete in cui nascono i mitili e riutilizzarla, evitando che diventi rifiuto. Ogni anno in Italia si producono 120mila km di questo involucro.

Ma c'è un'alternativa
Un kg di muscoli vale un metro e mezzo di plastica

Golfo dei Poeti - Nuova vita al polipropilene. Enea ha sviluppato un processo innovativo per il trattamento e il riciclo delle retine di plastica utilizzate per la produzione delle cozze che permette di trasformarle in nuovi oggetti o di reinserirle nell’ambito della stessa filiera produttiva, evitandone lo smaltimento in discarica, con riduzione dell’impatto ambientale e risparmi su tempi e costi di produzione. È il risultato dello studio condotto dall’Enea per l’Associazione Mediterranea Acquacoltori (Ama), che riunisce circa il 70% dei mitilicoltori italiani, nell’ambito del progetto finanziato dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari, Forestali e del Turismo.

Il procedimento ideato dall’Enea consente di trasformare in materia prima il polipropilene delle reti che altrimenti richiederebbe procedure di smaltimento particolari. Il polipropilene recuperato consente ai produttori di cozze di tagliare del 33% la spesa sostenuta per l’acquisto delle nuove retine, stimabile in 4,8 milioni di euro l’anno, incentivandoli a non disperderle in mare.
Secondo dati Ama nel nostro Paese per produrre un chilogrammo di "muscoli" si utilizzano fino a 1,5 metri lineari di rete: con oltre 80mila tonnellate di cozze vendute ogni anno, ciò si traduce in 120mila km/anno di retine utilizzate, “cioè fino a tre volte la circonferenza del nostro pianeta”, evidenzia Loris Pietrelli del Dipartimento Sostenibilità dei Sistemi produttivi e Territoriali dell’Enea.

Secondo uno studio Enea-Legambiente, nel 43% delle spiagge italiane monitorate le “calze” usate per la mitilicoltura sono fra i rifiuti spiaggiati più frequenti, soprattutto in prossimità degli impianti di produzione, con tempi di degradazione superiori ai 200 anni. Dalle attività di caratterizzazione delle plastiche raccolte lungo le spiagge e in mare è emerso inoltre che la maggior parte di esse è costituita da polimeri termoplastici come polietilene e polipropilene, materiali per la gran parte riciclabili in nuovi oggetti commercializzabili, da rifiuto a risorsa economica.
“Il processo che abbiamo sviluppato potrebbe essere applicato anche a tutto il polipropilene derivante da altri settori della piscicoltura e rappresentare il punto di partenza per una gestione sostenibile dei materiali plastici: dal recupero al trattamento, fino al riciclo, un circuito virtuoso in grado di valorizzare le potenzialità dei materiali a fine vita, oggi in massima parte sottovalutate”, conclude Pietrelli.

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