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Ultimo aggiornamento: Mercoledì 16 Agosto - ore 14.31

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L'arte fino alle undici, staffetta a cinque in Piazza Garibaldi

In mostra le opere di Lotario Farina, Chiara Chiappini, Stefano Guercio, Walter Bilotta e Carlo Bacci.

L´arte fino alle undici, staffetta a cinque in Piazza Garibaldi

Golfo dei Poeti - Prosegue nel segno dell'arte la collaborazione tra Comune di Lerici e Lega navale. Dal 22 luglio al 30 settembre uno spazio messo a disposizione gratuitamente dalla sezione lericina della Lega, al 30 di Piazza Garibaldi, ospiterà cinque personali di altrettanti artisti del territorio. Aprirà il pittore Lotario Farina (22 luglio-4 agosto), seguiranno la giovanissima pittrice Chiara Chiappini (5-18 agosto), il pittore Stefano Guercio (19 agosto-1° settembre), il fotografo Walter Bilotta (2-15 settembre) e lo scultore Carlo Bacci (16-30 settembre). La quintupla esposizione, a ingresso gratuito, presenterà anche opere realizzate di fresco, per l'occasione. I vernissage si terranno di sabato alle 18.30 e le esposizioni saranno visitabili tutti i giorni dalle 18 alle 23.

"Come Lega navale di Lerici - ha detto il presidente della sezione Maurizio Moglia in occasione della conferenza convocata stamani a Palazzo civico - ci impegniamo costantemente per avvicinare il giovani al mare, per promuovere il territorio e per lo sviluppo della cultura. Siamo entusiasti di portare avanti la collaborazione con l'amministrazione".

"Riaprire per noi non è stato solo un discorso di viabilità - ha aggiunto il sindaco Leonardo Paoletti -, ma ha significato e significa anche provare a realizzare iniziative di ampio respiro. Pensiamo alle mostre di Ogata, di Caselli, di Vaccarone. Il tutto senza perdere il fondamentale rapporto con le associazioni del territorio. E puntando a un turismo consapevole e di qualità".

Gli artisti

Lotario Farina è nato a Lerici il 5 novembre del 1939. Dopo aver conseguito il Diploma Nautico e navigato per mare, approda a Milano. Assunto alla IBM come analista programmatore, frequenta per anni un corso di pittura presso l’Istituto Cova, apprezzato allievo di Amanullah Parsa, un pittore afgano che per molti anni ha lavorato in Italia e che oggi vive i suoi successi artistici negli USA. Sarà proprio il maestro di Kabul ad accorgersi dell’energia espressiva dei lavori di Lotario e spingerlo a caratterizzare le sue opere con la carica cromatica e narrativa che oggi possiamo ammirare. Agli occhi di chi osserva le sue opere, la pittura di Lotario Farina, appare fin da subito istintiva, le pennellate corpose, generose e libere, i colori accesi, brillanti, quasi sconosciuti alla natura, paiono mettere in secondo piano il soggetto. Forse per questo, le opere di Lotario vengono spesso avvicinate alla pittura del gruppo dei Fauves, presenti in Francia agli inizi del ‘900. Ma se è la forza del colore a catturare l’attenzione, le emozioni che inevitabilmente seguono, restituiscono il senso di un’opera viva, di una realtà inimitabile, che pongono Lotario in una dimensione personale, non catalogabile. Lotario non dipinge plen air, i suoi sogetti sono visionari ripescaggi della memoria che prendono corpo, rivivono, si riaccendono, dando vita a veri e propri racconti di colore, dove prevalgono le luci dei paesaggi mediterranei, del mare dell’infanzia, dei giardini, delle palme, delle ville, dei carugi di un golfo che è casa.

Chiara Chiappini nasce a Sarzana nel 1994. Dopo aver frequentato il Liceo Artistico Cardarelli alla Spezia si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Carrara, dove si diploma in pittura nel 2016. Coniuga l’amore per la pittura con quello per il restauro, partecipando a workshop sulla conservazione di opere pittoriche e cartacee. Allieva di Eliseo Andriolo e Giovanni Chiapello, dopo una breve parentesi espositiva a Roma e Firenze, decide di affiancare alla formazione artistica quella critica. Attualmente è iscritta all’Accademia di Belle Arti di Brera dove frequenta il biennio specialistico in Visual Cultures e pratiche curatoriali. Profondamente influenzata dall’attenzione ai dettagli della pittura fiamminga e dalla forza cromatica ed espressiva caravaggesca, realizza opere dove luce e colore regnano sovrani e dove gli oggetti rimandano ad un’atmosfera nostalgica. “Il verismo mimetico e illusionistico è estremo e raffinato, ma non esaurisce il senso del quadro. Sotto il loro guscio materiale di tele, tavole, immagini e colori le cose dipinte nascondono valori simbolici, congiungono il visibile rappresentato all’invisibile assente.” Remo Bodei da La vita delle cose.
Nature morte, solo letteralmente. La natura è viva, gli oggetti non sono inerti, ci parlano di sé, di noi e del mondo. L’oggetto diventa soggetto, solista, autore, proprietario. Il concetto di possesso legato all’oggetto è scardinato, capovolto, non esiste più presenza umana concreta, ma solo indiretta, celata, intuita. L’oggetto si trasforma, si fa cosa, richiama l’attenzione su di sé, si ribella all’abitudine, all’inetto. In un mondo dominato dall’eccesso, gli oggetti trovano rifugio nella bellezza, si caricano di un’aura magnetica e si lasciano osservare. La contemplazione solleva l’oggetto dal mondo terreno, destinato con la pittura a rimanere eterno, simbolicamente sottratto alla maledizione dell’effimero che permea il mondo.

Stefano Guercio è un osservatore obiettivo, analitico, acritico. La forza della sua pittura risiede nella sospensione di giudizio verso i soggetti ritratti. Coglie l’essenza delle espressioni senza aggiungere orpelli, sovrastrutture. I personaggi ricordano le figure di Hopper; ognuno di loro è assorto, concentrato tra pensiero e azione; intenzione. I momenti descritti sono intensi, realistici ma sospesi nel tempo da apparirci quasi surreali. I colori saturi assumono doppio valore: in primis si caricano del peso della composizione figurativa e, immediatamente si riempiono di significato; come le carnagioni dei pescatori arse al sole, simbolo del lavoro che si fa rituale. Chiunque potrebbe essere un perfetto ritratto di Stefano, immerso nel mondo dell’inconscio, preso dalle piccole questioni quotidiane che si traducono in un eterno gioco tra logorio ed evasione. L’acume della sua ricerca s’incentra nella contraddizione insita del nostro periodo storico, nel tentativo di un’evoluzione di uno stato dell’essere che può, ma tutto sommato, non vuole.

Walter Bilotta. Un occhio consapevole, quello di Bilotta, affettuosamente intenso e partecipe quando ritrae la vita e l’operosità della sua gente: lo sguardo non è solo quello neutro e professionale del fotografo, che pure si rivela nella tecnica impeccabile, ma quello di chi, attraverso le immagini, dice anche qualcosa di sé. L’occhio che sa cosa guardare e inquadrare e dà un senso a ciò che osserva in modo da trasformarlo in un racconto dall’interno, mostrandoci un piccolo universo fatto di presenze umane, di volti indagati anche nel dettaglio più impietoso, di angoli, pietre, atmosfere. Una ricerca non priva di naturalezza che si fa cultura e che ci trasmette non realtà astratte ma intime, legate alla vita e all’esperienza comune. Ciò che si vede negli scatti di Bilotta dedicati ai paesaggi o a momenti e gesti fissati un attimo prima del loro mutare non è il reportage, come se di quel dato luogo o di quel particolare gesto si potesse dare una documentazione obiettiva. Bilotta posa il suo sguardo - e ci invita a farlo con lui - sulle stesse cose che tante volte anche noi abbiamo guardato senza soffermarci, spingendoci a cercare quella difficile sintonia con il soggetto rappresentato che permette di varcare la soglia che normalmente separa chi guarda dalla cosa guardata. Può essere allora che davanti a una sua fotografia si
vivano delle piccole epifanie che trasfigurano l’esistente e ci riconciliano con il mondo attorno a noi, portandoci a riconoscere un’appartenenza che credevamo di aver dimenticato.

Carlo Bacci, scultore e pittore, lavora da più di 25 anni in questo territorio dove è nato e la sua opera è inevitabilmente legata alle sue caratteristiche che ben conosciamo. Attraverso l’attenta osservazione e la trasformazione, al di là dei colori, dei più svariati materiali che la sua terra gli ha offerto, è riuscito in questa forma essenziale a racchiuderne la storia, la complessità, la forza e la bellezza.
Questa scultura è la forma del nostro mare, severo ed eretto, come le nostre falesie ricche di bellezza e profumi, essenziale come la gente di qua.
La linea racchiude una forma austera ma aperta, una sorta di accoglienza, spiraglio verso il nuovo, due vele per il vento del golfo e un foro per invitarci ad aprire la nostra mente e guardare lontano, oltre la durezza della pietra che rende la forma reale. (testo S. Storace)

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