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Da Luni: "Ecco perché la colonna della Caletta è di epoca romana"

L'area archeologica fornisce una spiegazione sul tanto dibattuto reperto ripescato dai fondali lericini.

"Non serve il Partenone"
Da Luni: "Ecco perché la colonna della Caletta è di epoca romana"

Golfo dei Poeti - Il Museo e area archeologica dell'antica Luni, per infrangere la serrata – anche della cultura – imposta dalle misure anti contagio, cerca di tenere viva la fiammella della conoscenza e della curiosità fornendo dei contributi via web, in particolare attraverso i social network. E l'altro ieri sulla pagina Facebook istituzionale del presidio museale statale è comparsa la foto della tozza e imponente colonna che dà il benvenuto ai visitatori, poco dopo l'ingresso nell'area. “Si tratta di una parte del fusto di una colonna (rocchio) che in origine non si trovava a Luni, ma è stato recuperato sul fondale della Baia della Caletta a Lerici e poi collocato qui per renderlo visibile al pubblico. Il rocchio faceva parte del carico di marmo di una nave romana esplorata nel corso di alcune campagne di scavo subacqueo: i resti dell’imbarcazione si trovano ancora sul fondo marino e sono diventati sede di un sito archeologico subacqueo”, si legge nel posto associato alla foto. Non è servito molto tempo perché si accendesse il dibattito: infatti attorno alla colonna c'è un annoso confronto che vede, da una parte, chi sostiene venga, appunto, da un naufragio d'epoca romana, e, dall'altra, chi sostiene non sia altro che il frutto di una perdita di carico di età moderna. Quindi qualcosa di interessante, va bene, ma non di antichità ultra millenaria. Tra i sostenitori della romanità del reperto c'è di fatto il Comune di Lerici, che ne ha parlato anche nel primo numero della neonata pubblicazione Lerici Experience.

“Potete per cortesia dimostrare, dati alla mano, con responsabilità vostra, che la colonna sia romana? Quali i criteri sono stati adottati? Visto che è grezza... e che il marmo ha milioni di anni. Anche il marmo del mio mortaio per il pesto, comprato pochi anni fa, ha milioni di anni e sicuramente viene dalle Apuane. Quindi, per cortesia, anche per definire una volta per tutte, dato che meglio di voi non c'è nessuno, dato che siete il Museo, potete dare la dimostrazione che siano romane? Ma non per il fatto che sia marmo delle Apuane, che, ripeto, lo è anche il mio mortaio”. Ad affermarlo Bernardo Ratti, presidente della Società marittima di mutuo soccorso di Lerici, storicamente scettico circa la romanità della 'vicenda'. “Altra cosa: come è dimostrato che fosse trasportato da nave romana, dato che nessuno l'ha mai vista? Che non si dica che sono stati trovati chiodi sott'acqua, dato che è risaputo che sino all'epoca industriale i chiodi venivano fatti, da secoli e secoli , alla solita maniera. Ultima cosa: sott'acqua ora c'è un unico pezzo di marmo, grezzo, nient'altro... quindi si potrebbe smettere di chiamare quell'area archeologica? Anche ci fosse stato il Partenone lì sotto, ora non c'è più”, ha aggiunto Ratti, che negli anni ha a più riprese stigmatizzato la segnaletica presente alla Caletta per indicare l'area archeologica, segnaletica ritenuta dal presidente uno sfregio a uno degli angoli più suggestivi del territorio. Dove l'anno scorso, tra l'altro, è stato inaugurato un parco archeologico subacqueo inclusivo, pienamente praticabile per i diversamente abili.

Interrogativi, quelli di Ratti, rimasti senza risposta? No, le domande poste – ora, e, a più riprese, negli scorsi anni - dal presidente della Marittima hanno avuto oggi risposta, sempre attraverso i social network, ancora dal Museo e area archeologica dell'ex colonia romana. ”Proviamo a fare chiarezza e a semplificare al massimo concetti che richiedono la conoscenza di linguaggio, strumenti e procedure specifici dell’archeologia (in assenza di queste conoscenze è facile generare equivoci e scadere nel pressapochismo) – si legge nel post pubblicato oggi -. Il post sul rocchio della colonna di Lerici ripropone parte del contenuto del cartello che, da circa un anno, le è accanto nell’area archeologica di Luni e come tale i suoi contenuti sono garantiti nella loro correttezza dal museo. In questo caso la datazione del rocchio non si basa sul manufatto in sé, né sul materiale di cui è composto, ma grazie all’associazione con ceramiche di età romana che, insieme ad altre evidenze come anche chiodi e fasciame di legno, costituivano un unico contesto. Tale contesto – nel senso archeologico del termine: cioè insieme di elementi in relazione spaziale e stratigrafica tra loro - per le sue componenti e le sue caratteristiche è stato interpretato come l’ultimo resto di un’imbarcazione romana naufragata”.

“Non bisogna pensare a relitti affondati come quelli da immaginario cinematografico – continuano -, perché qui lo stato di conservazione, come spesso avviene, non è eccezionale. Si precisa però che la tutela si esercita non solo su resti appariscenti come il Partenone, perché la logica con cui si opera non è legata all’imponenza o alla bellezza, ma al valore di testimonianza storica (altrimenti, ad esempio non si dovrebbero tutelare i siti preistorici!). Per quanto riguarda i dettagli di quanto sintetizzato, presso la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio della Liguria è conservata tutta la documentazione redatta durante lo scavo subacqueo (con tanto di rilievi e foto) e che l’equipe di archeologia subacquea della Liguria costituisce da sempre un’eccellenza a livello nazionale. La Soprintendenza nel tempo ha creato diverse opportunità di condivisione delle conoscenze sul caso in questione, sia a mezzo stampa quando è apparso l’articolo di Donati (QUI), sia in occasione di almeno una conferenza che si è tenuta qualche anno fa proprio nel castello di Lerici. In conclusione si può stare certi che, anche se siamo nel Mediterraneo, i fondali marini non sono ricoperti di ceramiche romane…. ci sono anche quelle greche, etrusche e c’è soprattutto tanta, tanta plastica!”.

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