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Diga, da 140 anni orizzonte sommerso della città

Nell'Ottocento la pensavano a cuspide con un forte al centro e gli americani la studiavano per rinnovare le difese costiere di New York. Su di lei più hanno potuto i pescatori di datteri della guerra. Esempio di storia senza monumentalità.

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Diga, da 140 anni orizzonte sommerso della città

Golfo dei Poeti - “Questo scritto contiene informazioni di grande valore per il Corps of Engineers e in generale per le Forze Armate, e rispettosamente suggerisco all'autorità di concedere di stamparlo, con annesse le tavole di disegno, al Governement Printing Office, e che 800 copie ne siano fatte a favore del Dipartimento di Ingegneria”. E' il 18 giugno del 1884 quando il generale John Newton vergava la richiesta nel suo ufficio di Washington DC. Da poche settimane aveva ricevuto una copia in inglese degli “Studi sulle difese costiere applicate al Golfo della Spezia” di Cesare Guarasci, pubblicate sulla Rivista Marittima e tradotte con prontezza anche dai francesi. Newton era in quel momento il responsabile della difese costiere della città di New York, che l'anno dopo avrebbero conosciuto un profondo rinnovamento. Per completare il quadro sull'interesse che la nascita del sistema fortificato della piazzaforte marittima della Spezia aveva destato in tutte le potenze mondiali un ultimo dettaglio. La richiesta di avere 800 copie di quel documento arrivato dal Mediterraneo è indirizzata a Robert Todd Lincoln, primogenito del presidente Abraham Lincoln assassinato vent'anni prima, e allora secretary of war del governo degli Stati Uniti.

L'opera è tuttora conservata presso la biblioteca dell'Università di Princeton ed è di libera consultazione sulla rete. Quanta ispirazione le soluzioni spezzine abbiano infuso alle fortificazioni sul fiume Hudson è materia ancora da studiare. Di certo nelle tavole che accompagnano il trattato del maggiore Guarasci ha un ruolo centrale la diga foranea, completata nel 1879 e quindi da 140 anni orizzonte sommerso della città. Opera titanica, per la cui costruzione “furono utilizzate quattordici cave: nove provenienti dall’Isola Palmaria, tre dalla Baia di Porto Venere, una dalla Castagna ed una dalla Punta di Cadimare”, come ricorda Gabriele Faggioni in Le fortificazioni del Levante Ligure. In sei anni furono versati nel tratto di mare tra il Varignano e Punta Santa Teresa ben 721.656 metri cubi di scogliera in quasi 17mila viaggi per formare una piramide di circa 13 metri di altezza e cinquanta di base. La diga diventava il baluardo estremo contro ogni ingresso di naviglio nemico nel Golfo della Spezia, prendendo il posto del cinquecentesco Forte di Santa Maria nello scacchiere delle fortificazioni.

Da quel battesimo, peraltro arrivato alla fine di un lungo concepimento, la concezione del “coperchio” del golfo è cambiata parecchio e la sua connotazione di opera militare ormai sfugge all'osservatore. Con il tempo è diventata soprattutto una specie di piazza in mezzo al mare, terreno neutrale di incontro per tutti gli abitanti del golfo. Se per i muscolai è il campo in cui coltivare i mitili, per i diportisti rappresenta invece il primo e più facile approdo di acqua pulita o quantomeno con balneazione permessa. Sempre e comunque declinato con un improbabile “moto in luogo”, perché non si va alla diga ma si va “in diga”.
E' poco monumentale, questo è certo. Ma di storia ne ha vista anche di recente. Ha conosciuto la guerra, i suoi varchi ostruiti dai relitti di decine di navi durante i mesi della campagna d'Italia. Non prima che la corazzata Roma se la lasciasse alle spalle nel suo ultimo viaggio. Ha visto bruciare per tre giorni il transatlantico “Leonardo Da Vinci” nel 1980, testimone della fine dell'epoca dei migranti italiani e dei viaggi intercontinentali via mare. Ha accolto la misteriosa “Latvia” negli anni Novanta, ex unità del KGB collegata alla stagione delle navi dei veleni. Nel 2005 solo il coraggio degli uomini della Guardia Costiera ha evitato un seconda London Valour quando la “Margaret” è stata spinta contro le sue pietre in una notte di burrasca. Tredici marinai tutti salvi, raccolti uno ad uno dagli aerosoccorritori in un'operazione che ha fatto scuola nel mondo.

E' cambiata poco dopotutto. Rimpolpata negli anni per portarla a sporgere oltre il pelo del mare, ma anche per ovviare all'opera dei cercatori di datteri che l'hanno crivellata prima che quel tipo di pesca diventasse illegale. Su quello che resta della batteria Alfredo Mazzuoli generazioni di ragazzi e ragazze sono andati a cercare un trampolino per i tuffi. I più organizzati arrivavano in barca con un barbecue per cucinare al rientro da una giornata in mare il pescato. Conserva il segreto dei muscoli alla brace, preparazione ormai di nicchia con cui i mitilicoltori, e non solo, chiudevano la giornata.
Dieci anni fa di studi di architettura se ne presentarono in sessanta per il progetto “Diga beach”. Tornava dopo cento anni il rischio che dalla città si cancellasse la vista dell'orizzonte. Così come negli anni sessanta dell'Ottocento si era pensato di costruire un forte in mezzo alla striscia di sassi, dalla matita dei civili chiamati dall'Autorità portuale sono scaturite elevazioni che avrebbero cambiato per sempre la vista di chi affronta la passeggiata a mare dal capoluogo come dalle borgate. Chissà cosa sarebbe stato di vetro e acciaio durante la tempesta dell'ottobre 2018, quando salvò la città da danni ben maggiori. Umile come la roccia, continua a sparire dopo ogni tramonto quando nel resto del golfo si accendono le luci.

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