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"Manarola modello d'integrazione fra italiani e migranti"

"Manarola modello d'integrazione fra italiani e migranti"

Cinque Terre - Val di Vara - Il progetto “Sciasci dii pozi tià su a secu” (Sassi dei muretti edificati a secco) realizzato a Manarola è emblematico: si può potenziare l’agricoltura, e quindi salvare il territorio, se c’è la collaborazione tra le comunità locali e i giovani, italiani e migranti, in cerca di lavoro; se ci sono istituzioni dotate di “visione”, che non si limitano a occupare il potere; se il privato sociale sa gestire l’accoglienza dei migranti in una logica di inserimento sociale e di promozione di opportunità di formazione e di lavoro. E’ ciò che è accaduto a Manarola, grazie all’impegno di tanti.

La Fondazione Manarola ha coinvolto la comunità, che ha messo a disposizione i terreni e la sapienza tecnica dei vecchi contadini: sono stati loro a fare da tutor, insieme alla Cia, l’associazione degli agricoltori. L’agenzia formativa Aesseeffe ha fatto da capofila e, d’intesa con la Caritas, che ospita alla Spezia i profughi scampati alla morte nel Mediterraneo, ha coinvolto otto ragazzi africani, un rumeno e due italiani. Il Parco Nazionale ha procurato le nuove pietre. Ragazzi che non conoscevano né la lingua né gli attrezzi da lavoro hanno imparato un nuovo mestiere: ora tre di loro lavorano nelle aziende agricole del posto e altri stanno facendo un tirocinio semestrale.

Cinquanta terrazze sono state recuperate, ma è solo un punto di partenza: ora il Parco vuole costituire “una banca del lavoro e del territorio”, a disposizione di tutti i coltivatori che hanno bisogno di manodopera. Insomma, è nato un laboratorio di agricoltura sociale e di inserimento dei migranti, aperto ai giovani italiani, che può e deve essere replicato in altre realtà della Liguria e del Paese. Le feste in piazza per mangiare tutti assieme in amicizia ci spiegano che è così che si gettano le basi di una grande comunità euro-mediterranea e euro-africana, su cui costruire una nuova Unione e una nuova Europa. Ora il problema principale è che a molti di questi ragazzi non sarà concesso il permesso di soggiorno, e che saranno espulsi.

E’ il risvolto locale della decisione europea di distinguere tra profughi di guerra, da proteggere, e migranti economici, da respingere. Contro la quale dobbiamo batterci, non solo per far fronte alla nostra crisi demografica, ma soprattutto per ricostruire una prospettiva più umana.



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