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Ripa e Albiano, in mezzo scorre il fiume

Da una parte la scelta di fidarsi, l'attesa, dall'altra una costante e organizzatissima mobilitazione. Soluzioni diverse per ottenere risultati importanti a cavallo del confine tra Liguria e Toscana.

Cinque Terre - Val di Vara - Due importanti cause popolari, tanto vicine geograficamente, quanto diverse per natura. Unite soltanto, forse, da un passato di distrazione istituzionale. E dalle tracce - niente più - di una soluzione. In mezzo, scorre il fiume Magra e si snoda anche il confine tra Liguria e Toscana, annacquato dal mantello comune della Lunigiana. Da una parte Albiano e la sua battaglia per la chiusura della ditta di smaltimento rifiuti Costa, considerata dai residenti della popolosa frazione di Aulla un'assoluta minaccia - in piedi da tre lustri - per la salute e per l'ambiente. Dall'altra, a Vezzano, tra Fornola e Bottagna, la questione della Ripa, arteria tanto importante quanto maledetta, straziata dalle frane e ora in attesa - la Regione assicura che non si andrà oltre il 22 dicembre - della riapertura a senso unico alternato, alla quale sta alacremente lavorando la ditta piemontese Ovas, dandosi da fare anche nei weekend, uno sforzo che Genova paga usando il ribasso d'asta del 35%. Un traguardo senz'altro parziale, ma il cui raggiungimento farebbe meritare alla Regione - in primis all'assessore spezzino Giacomo Giampedrone - il credito che la gente del posto, stremata dalla situazione (la Ripa, aperta a singhiozzo negli ultimi anni, ora è chiusa da agosto, per la disperazione di decine di attività), le ha concesso. Una benevolenza ben testimoniata dalla linea scelta dal comitato Salviamo La Ripa: no al muro contro muro, abbassare i toni, provare a fidarsi. Atteggiamento rivendicato oggi, a ventiquattr'ore da un sopralluogo con Giampedrone, tecnici e consiglieri regionali, dalla presidente Adriana Incaviglia, titolare de La Locanda. "Siamo ad un passo dalla riapertura della Ripa - ha scritto quasi arringando i suoi -. Questa è la nostra vittoria, la vittoria di un comitato nato in pochi giorni e che in pochi mesi ha messo alle strette politici e istituzioni. Di un comitato nato da persone portate alla disperazione e all’esasperazione da quel maledetto 15 agosto dopo il quale non vedevamo un futuro per le nostre attività. Mi sono messa subito al lavoro, mi siete venuti dietro in tanti, mi avete scelto come portavoce, perché avete sposato una linea, quella del dialogo e del confronto. Ci siamo uniti, ci siamo seduti al tavolo con le istituzioni, le abbiamo incalzate, chiedendo tempi, costi, certezze. Siamo stati con gli occhi puntati e le orecchie dritte ad ogni cambiamento, a ogni presa mollata. Personalmente ho passato tutte le mattine ad osservare l’avanzamento delle opere, e tutte le sere a fare il punto del lavoro svolto. Non ci sono servite rivoluzioni, blocchi stradali, lotte a muso duro, offese e scontri forzati; abbiamo, avete scelto con me l’indirizzo pacifico, ma non disattento. In pochi mesi li abbiamo costretti a metterci la faccia, a sedersi con noi al tavolo, a darci delle risposte, delle certezze, a compiere il loro dovere verso di noi. Non voglio neanche pensare se avessimo adottato un’altra linea, quante giustificazioni avrebbero accampato, avremmo fatto solo il loro gioco, quello di dichiarare di essere ostacolati da una popolazione che li intralcia nel loro lavoro. Invece no, li abbiamo obbligati a lavorare, li abbiamo richiamati al loro dovere, costringendoli a fare per forza qualcosa. Questa continuerà ad essere la nostra forza, la nostra misura con le istituzioni, con i politici: metterli alla prova, obbligarli a rispondere e a raggiungere degli obiettivi. Non la lotta. Questa è la metodologia di chi da vittima passa a carnefice. Io scelgo di sedermi ad un tavolo con carte alla mano e risposte. Chi vuole lottare, scontrarsi, bloccare il lavoro, creando quindi ritardi, non deve più fare parte di questo comitato perché non ne condivide atteggiamento e obiettivi". Scelte fruttuose? Al momento, pare di sì. Chi vivrà vedrà: un detto da prendere sul serio, visto che tante saracinesche rischiano di abbassarsi per sempre. Per il caso Costa, la gente di Albiano - che di "blocchi stradali, lotte a muso duro", citando la Incaviglia, ormai se ne intende -, guidata dal comitato e dai suoi leader, da due mesi - a inizio ottobre un incendio a un capannone Costa ha fatto impennare la protesta - sta facendo il diavolo a quattro. Con una sistematicità impressionante. Manifestazione pacifiche, ma estremamente partecipate, che invece di perdere pezzi, come un grosso pianeta, attirano sempre più persone. Giovedì scorso un corteo di auto ha letteralmente invaso Aulla per incontrare alcuni sindaci dell'Unione dei Comuni. Arriveranno i risultati? Senza dubbio, gli albianesi sono molto più avanti rispetto a inizio ottobre, perché ai piani alti si è capito che fanno sul serio e che non sono per niente stanchi di fare le barricate. Una condotta rigorosamente mantenuta anche quando sono finalmente arrivata segnali confortanti, positivi. Su tutti, un sindaco - il primo cittadino di Aulla, Silvia Magnani - che s'è presa anche qualche accusa grave ("Dicci di chi sei ostaggio!", le ha gridato a più riprese l'ex consigliere aullese e grande animatore del comitato, Walter Moretti, in occasione di un incontro a inizio novembre), ma alla fine ha fatto capire di voler tutelare gli albianesi, che domani, lunedì, torneranno a riunirsi per studiare le prossime mosse. Chissà se la cordialità quasi evangelica - quasi, perché c'è pure un po' di San Tommaso: se non vedranno, non crederanno, e s'arrabbieranno - del comitato Salviamo la Ripa e la guerriglia dei no Costa riusciranno a raggiungere, con strategie diverse, i loro obbiettivi, anch'essi differenti, ma entrambi di peso notevole. Da una parte chi si batte per la riapertura di una strada, dall'altra chi chiude le strade con una marea umana per il diritto alla salute. E in mezzo, scorre il fiume.

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