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Ultimo aggiornamento: Lunedì 22 Maggio - ore 23.40

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Poca attenzione alle bontà locali, e manca personale. Parola del Parco

L'ente che tutela il territorio delle Cinque Terre passa in rassegna le debolezze dell'area protetta, tra turismo, centri di informazione, sentieri e governance.

Poca attenzione alle bontà locali, e manca personale. Parola del Parco

Cinque Terre - Val di Vara - C'è anche spazio per un mix di autocritica e timori nel Piano della performance approvato dal Parco nazionale delle Cinque Terre. In particolare, nel documento varato da Via Discovolo si evidenziano i punti di debolezza di otto aree cruciali del territorio su cui si adagia la coperta dell'ente. Per quanto concerne le attività turistico ricettive, il Parco sottolinea la scarsa attenzione alla distribuzione dei prodotti locali. "L'eccessiva presenza di flussi turistici - si legge - induce il rischio che per rispondere alla domanda si rivolga poca attenzione verso le produzioni locali". Il rischio? "Perdita delle tipicità del paesaggio locale e la non trasmissione dei valori dell'Area protetta verso i fruitori". Non è un mistero quale sia la massima grana in materia di turismo: "Difficoltà di gestire indirettamente gli ingenti flussi turistici" con il rischio di un "forte impatto antropico sulla biodiversità e congestione dei borghi".

C'è poi il tema della governance. Nel documento si sottolinea come la riorganizzazione dell'ente non abbia ancora consentito la chiusura del percorso di approvazione del nuovo Piano del Parco. A questo proposito, l'ente sottolinea la minaccia dell'uso improprio del nome Cinque Terre "che può causare l'indebolimento dell'identità e il non rafforzamento dei territorio circostanti".

Qualche spina anche per quanto riguarda i centri visita e accoglienza; in particolare, quello che preoccupa Via Discovolo è che siano quasi tutti allestiti in strutture non di proprietà del Parco, bensì delle Ferrovie. E se queste decidessero di riappropriarsene pienamente, destinandole ad altre funzioni, sarebbe difficile "reperire altre sedi con caratteristiche simili" e "garantire una capillare informazione turistica".

Il forte impatto antropico - che consuma sempre più il territorio - e le situazioni di dissesto idrogeologico a causa dell'abbandono della terra sono poi la spina nel fianco della biodiversità. Sul fronte agricoltura, il vulnus è noto: "Gli elevati costi di produzione e l'elevata età media dei produttori locali può portare all'abbandono del territorio e alla perdita di superfici terrazzate". E ancora: "La non economicità dell'impresa agricola, se non associata ad altre attività economiche legate al turismo, può portare al graduale abbandono del territorio". Segnalato il problema dei cinghiali, il Parco evidenzia, con un guizzo ottimista, che "Il valore dell'agricoltura può essere un volano per creare un forte sistema territoriale dove ogni attore pubblico e privato partecipa alla conservazione dell'intero territorio".

Piange il piatto dei sentieri. Nel Piano della performance si evidenzia la difficoltà di mantenerli, quindi, causa percorsi dissestati, la parziale inaccessibilità del territorio. Il tutto coronato dai costi di ripristino, non irrilevanti, necessari in particolare per suturare i continui crolli di muretti a secco.

Le ultime lamentazioni sono riferite alla gestione amministrativa. In particolare, si legge che il personale dell'ente Parco è quantitativamente insufficiente in relazione alle esigenze del territorio e ai compiti assegnati alla struttura. Quello che si 'denuncia' è, senza mezzi termini, "La non disponibilità di personale interno per la gestione diretta di attività fondamentali per la vita dell'ente". Il personale attualmente conta nove unità: il direttore Patrizio Scarpellini, tre dipendenti e per il servizio amministrativo contabile e per quello urbanistico, un dipendente ciascuno per i servizi biodiversità e comunicazione.

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