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Dai monti al mare, la storia di violenza diventa un "ragno amico"

Dai monti al mare, la storia di violenza diventa un `ragno amico`

Cinque Terre - Val di Vara - La giornata di dibattito di Sesta Godano, in occasione della ricorrenza della Giornata Internazionale per l'eliminazione della violenza sulle donne, ha offerto numerosi spunti di riflessione che condivido anche per sottolineare che il dibattito non è chiuso, il tema non è esaurito, l'argomento non può essere semplicemente archiviato. Prima del dibattito hanno avuto luogo il flash mob e l’inaugurazione della mostra VITE VIOLATE, di Tiziana Cau e Marina Rossi, allestita dall’architetto Elisa Mora. La mostra è costituita da due esposizioni diverse e complementari: “la Sottile linea” di Marina Rossi e “Non Chiudete quella Porta!” di Tiziana Cau.
Dal primo intervento di Fatòs Dingo, etnopsicologo, è emerso che la violenza sulla donna è un fenomeno transculturale, un continuum fra le culture di tipo patriarcale in cui l’uomo esprime il
proprio ruolo dominante per mores e tradizione. In contrasto si contrappongono a questo modello società fondate su un maggiore peso della figura femminile e svincolate dall’idea di amore come possesso/appartenenza. A chiarire il bandolo di questa matassa di significati e costumi vi è “la sottile linea” della violenza fa da discriminante fra ciò che è violazione di principi etici e ciò che è ascrivibile all'ambito della norma morale.

Se i primi interventi hanno seguito “la linea sottile” della mostra di Marina Rossi che metteva in relazione attraverso le culture l’immagine di una sposa bambina con l’occidentale donna in carriera, unite nel medesimo sentimento di fondo di rassegnazione ad una cultura maschilista, la seconda parte del dibattito ha toccato aspetti più concreti del problema. Lo spunto da cui partire è stato dato dalla seconda parte della mostra Vite Violate, costituito dall’appello a Non Chiudere quella Porta (“Non chiudete quella porta!”, Tiziana Cau), che ha illustrato attraverso una serie di immagini il percorso ideale delle donne che accedono ai servizi dei centri antiviolenza con i propri figli. Accanto alla cultura della violenza ha trovato quindi ampio spazio, nella seconda parte del dibattito, il percorso di liberazione che tante donne/vittime intraprendono attraverso le Reti Antiviolenza, luoghi di speranza diffusi sul territorio, dove si può trovare ascolto e supporto professionale, grazie all’impegno di volontarie delle realtà associative del territorio. La consigliera comunale di Sesta Godano Anna Maria Ricci ha parlato dell’organizzazione del Centro Irene ed ha analizzato i dati di accesso al Centro da cui è emerso, tra l’altro, l’ esigenza di mediazione culturale in rapporto all’affluenza numericamente rilevante di persone provenienti da altri contesti geografico/culturali. Tale esigenza è stata evidenziata anche grazie anche al contributo di Sara Gheller, formatrice della Cooperativa Mondo Aperto, che non ha esitato a definire il mediatore come la “voce “ della vittima e a sottolineare come, senza reciproca comprensione fra quest’ultima e le istituzioni, non vi possa essere giustizia.

Si è parlato anche di profilassi post-violenza sessuale, e di malattie sessualmente trasmissibili, argomento talvolta dimenticato ma quanto mai attuale, introdotto dalla dottoressa Prinapori della Asl5 di La Spezia. A pochi giorni dalla giornata internazionale della lotta all’HIV la donna pare essere a maggior rischio, questo per fattori di ordine biologico e socio-culturale. Da una ricerca comportamentale (Behepi-ICONA), coordinata dall'Istituto Nazionale per le Malattie Infettive IRCCS Spallanzani di Roma, colpisce la dichiarazione di una consistente percentuale delle donne intervistate in merito all’aver acquisito l'infezione da HIV dal partner stabile. Di queste il 70% dichiara di non essere stata a conoscenza della sieropositività del partner al momento del contagio. Si tratta di dati davanti ai quali appare necessaria una riflessione rispetto ad eventuali campagne di prevenzione attuabili negli anni a venire.

Presa coscienza delle forme della violenza, come fenomeno complesso e sfaccettato, e delle possibili risposte da parte istituzionale, è stato interessante cogliere le nuove esigenze e prospettive normative per arginare il problema, attraverso il prezioso e interessante contributo
dall’Avv. Sabatini della Casa delle Donne. Le Leggi, prodotto sociale dei valori della cittadinanza, rispondono in modo a volte lento, ma anche ponderato, alla problematica, cogliendo la crisi dei valori arcaici, nell’ottica di un maggior peso delle libertà personali e individuali.
Il dibattito ha offerto notevoli spunti di riflessione e ha destato numerosi interrogativi. Le conclusioni sono state molteplici: prima fra tutte la necessità di un cambiamento delle coscienze
nel ridefinire spazi e contesti di azione, nel rispetto di quella dimensione etica in cui l’antropologia individua il primo fondamentale etico: la vita della persona nella sua integrità fisica ed esistenziale è un bene inalienabile. Sullo sfondo, riecheggiano le parole di Andreina – protagonista del romanzo di Adele Desideri La figlia della memoria (Moretti&Vitali 2016) - introdotto da Roberta Peveri. L’attrice Barbara Nobile ne ha letto uno stralcio, tratto dal primo capitolo (Odore di naftalina): Andreina, la “bimba triste”, trovandosi davanti a un pannolino sporco di sangue giacente lungo un marciapiede, chiede ingenuamente spiegazioni all’anziano prozio Zeno, mentre questi la sta conducendo a scuola: “Zio, cos’è?". "Vieni via, vieni via, ’un guardare, è robaccia!”.
Una risposta che non spiega. Piuttosto, allude a quel “perturbante” che segna, come una cucitura interna, tutta la trama del romanzo. Non a caso, proprio il primo capitolo si chiude con il doppio interrogativo: “E quell’uomo… È stato un sogno? E tu, mamma, dov’eri?”.

L’Assessore CULTURA/PARI-OPPORTUNITA’ – Davide Calabria.

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