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Colombano, Francesco e il “bene comune”

di Egidio Banti

la riflessione
Colombano, Francesco e il “bene comune”

Cinque Terre - Val di Vara - La città vescovile di Brugnato festeggia lunedì 23 novembre san Colombano abate, compatrono della sua chiesa concattedrale. Anche la parrocchia di Cornice, poco distante, ha in Colombano il suo patrono. La ricorrenza avviene proprio a ridosso delle conclusioni del convegno internazionale sull’”Economia di Francesco”, svoltosi ad Assisi nei giorni scorsi e terminato con l’intervento pronunciato “a distanza” dal Papa ieri pomeriggio. Il convegno, coordinato dal professor Stefano Zamagni, ha inteso lanciare un messaggio al mondo di oggi, travagliato da sempre più gravi problemi di crisi economiche e di disuguaglianze: il recupero di un’economia di mercato fondata sul “bene comune” e non più soltanto, come avvenuto in larga prevalenza dall’età moderna ad oggi, sul mercato “totale” dei capitali. Tale recupero, ci ha detto il convegno, svoltosi non a caso ad Assisi, dovrebbe essere imperniato sul ruolo fondamentale svolto nel medioevo dal contributo non solo spirituale, ma anche economico, dato allo sviluppo del mondo di allora dagli ordini religiosi, in particolare quello francescano. Ma se Francesco resta il grande pilastro del richiamo al bene comune nell’epoca delle Crociate, quando i primordi del capitalismo iniziavano ad affermarsi, ben possiamo dire che non siano stati da meno i grandi ordini monastici dell’alto medioevo: i benedettini, con il celebre motto “Ora et labora”, e, per quanto riguarda le terre spezzine, i “colombaniani”, fondati dal monaco irlandese Colombano e diffusisi in molti luoghi nel settimo secolo. Brugnato si trovava allora sul confine (il “limes”, come si diceva allora) tra terre longobarde e terre bizantine. Quando i greci si ritirarono, attorno alla metà del secolo, i longobardi spinsero i monaci ad insediarsi dovunque possibile, per sostituire attività di pace laddove a lungo c’era stata la guerra. Fu una sorta di “recovery program”, come diremmo oggi, quello portato avanti dai monaci di Colombano, poi legati anch’essi alla regola benedettina, un programma fondato proprio sul “bene comune”. In ogni località dove furono presenti, i monaci unirono sempre le attività di evangelizzazione e di lotta ai residui di paganesimo con quelle economiche, per uno sviluppo incentrato sulle comunità, che non a caso sorgevano e crescevano sia intorno all’abbazia, sia nelle varie fondazioni monastiche. Nel caso dell’abbazia di Brugnato, almeno tre nomi di altrettanti paesi ce lo confermano: Casale, Cassana e Legnaro. Si tratta di comunità a cavallo tra la Val di Vara e la vallata di Levanto, tutte fondate dai monaci e poi divenute parrocchie, con la chiesa al centro del paese, in funzione simbolica di unificazione e di benedizione. Casale, il “casale” a servizio della coltivazione agricola; Cassana, la capanna” usata dagli allevatori per custodire le loro greggi; Legnaro, il luogo dove provvedere al legname, fondamentale risorsa “energetica” del medioevo. Il “bene comune” promosso dai monaci era sia quello della piccola comunità locale, prontamente sorta ad opera dei lavoranti, ma anche quello dell’intera vallata, controllata dall’abbazia. A volte i programmi rivolti al futuro, come quelli dei nostri tempi, funzionano meglio se li si misura con la storia passata.

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