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"Basta plastica nel Parco delle Cinque Terre"

Resasco: "Presenza che ci preoccupa, bisogna ridurne il consumo e arrivare alla proibizione dell'utilizzo di plastica anche nell'Area MarinaProtetta"

"Basta plastica nel Parco delle Cinque Terre"

Cinque Terre - Val di Vara - Mentre sembra essere stato risolto il mistero dei dischetti di plastica che nei giorni scorsi si erano riversati su numerose spiagge del Mar Tirreno, il Parco delle Cinque Terre torna sul problema della dispersione in acqua e nell'ambiente dei materiali inquinanti.

“Un tema che ci preoccupa - dice il presidente facente funzione Vincenzo Resasco - anche da vicino visto il notevole consumo e produzione di residui plastici alle Cinque Terre, conseguenza dei forti flussi turistici e dalla pressione antropica nel nostro mare. Non nascondiamo che il nostro scopo è a breve termine, di ridurre il consumo e l’utilizzo di plastica e a medio termine, di arrivare alla proibizione dell’utilizzo della stessa sia nella zona Parco che nell’Area Marina Protetta”.

Il Parco Nazionale e l’Area Marina Protetta delle Cinque Terre sono capofila nel progetto europeo Medsealitter, che affronta, con le altre del Mediterraneo e istituti di ricerca, sia il problema delle plastiche galleggianti sia il fenomeno, meno visibile ad occhio umano ma ancora più inquinante e pericoloso, delle microplastiche. Proprio queste sono un fenomeno preoccupante in quanto se ingerite da pesci, molluschi e crostacei finiscono poi nella nostra catena alimentare.
Sconosciute a molti, sono contenute nei prodotti di osmesi. Sono quelle  “microsfere” che i produttori hanno inserito negli anni 90, nei detergenti per la pelle, nei dentifrici, nelle creme da barba che giornalmente acquistiamo. Ma non meno inquinanti sono le fibre contenuti nei tessuti sintetici dei nostri indumenti come poliestere, acrilico e poliammide che vengono quotidianamente “erose” attraverso i lavaggi in lavatrice e sono poi drenati nei sistemi idrici e rinvenute nelle acque reflue e nell’ambiente acquatico.
Il Medsealitter che vede il Parco quale capofila, si propone di creare una rete tra le Aree Marine Protette più rappresentative del Mediterraneo e organizzazioni scientifiche/ambientali con lo scopo di sviluppare strumenti efficaci per monitorare e gestire l'impatto sulla biodiversità causato dai rifiuti plastici. Se da una parte si punterà alla realizzazione di protocolli per il monitoraggio sistematico dei rifiuti marini dall'altra verrà data grande enfasi alla creazione di un network delle Aree Marine Protette, per la realizzazione di interventi integrati e condivisi. I partners sono: Parco Nazionale delle Cinque Terre, Legambiente, ISPRA, Università di Barcellona, Università di Valencia, Ass Medasset (Grecia), Hellenic Centre for Marine Research (Grecia),  AMP Villasimius, Ecolo Pratique des Haute Etudes (Francia), EcoOcean (Francia)
"Si tratta di un'azione particolarmente importante e di cui andiamo fieri – prosegue Resasco - in quanto il marine litter (rifiuti in mare) è una minaccia globale per gli organismi marini viventi e per noi esseri umani. E’ un fenomeno particolarmente presente e grave nel Mediterraneo, reso ancora più complesso dalla morfologia chiusa del bacino e dalla elevata antropizzazione delle sue coste.”
È stata Legambiente, negli ultimi anni, a lanciare l'allarme di quanto sia ampio il fenomeno del marine litter in Italia e come sia importante adottare con urgenza politiche e azioni decisive per contrastare questo grave fenomeno. Il mare Mediterraneo è uno dei punti caldi di biodiversità del mondo ma è anche uno dei mari più inquinati del mondo ed il marine litter è una minaccia globale per gli organismi marini viventi.
Oltre 260 specie sono state finora segnalate per ingerire o aggrovigliarsi in macerie come la plastica, lenze, gomma e fogli di alluminio. Il problema riguarda in particolare pesci, cetacei e tartarughe marine, gli animali nel cui tratto digestivo appaiono comunemente microplastiche accidentalmente ingoiate e detriti di plastica macro .
Se il riscaldamento globale  è ormai un problema sentito e ampiamente analizzato, sull'impatto della  plastica nei nostri ecosistemi si ha ancora scarsa consapevolezza e non si ha la percezione di quanto sia grave il problema.
“Occorre quindi riconoscere l'importanza della citizen science, ovvero “la scienza di tutti“ che implica la partecipazione ad attività di ricerca, di monitoraggio, di raccolta dati di coloro che vanno per mare. E’ fondamentale quindi coinvolgere i pescatori dilettanti, i professionisti, i diportisti e gli operatori commerciali. La condivisione da parte di tutti è fondamentale. Anche quella di noi semplici cittadini che, prendendo coscienza dei problemi, potremmo contribuire a proteggere il nostro mare dalle plastiche e microplastiche adottando semplici comportamenti virtuosi . Iniziamo giá da domani dalla nostra spesa quotidiana scegliendo indumenti, cosmetici, dentifrici che non contengano prodotti inquinanti”.

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