Buongiorno Cds-Storie- Undici bianco
- Esce oggi il libro del collega Andrea Fazi "Undici bianco", edito dalle Edizioni Cinque terre. Un testo "nella" storia dello Spezia recente e passata, dove molti potranno ritrovare momenti anche del loro cammino da tifosi. In esclusiva per Cds, nella rubrica Storie, vi presentiamo in anteprima la prefazione, di Armando Napoletano.
FIGURINE
L’eterna fabbrica di spiantati che è il calcio, ha da tempo una sua dimora, fissa. Una città neanche antica, poche mura, molto mare, aria sorniona, più borgo che provincia, per dirla alla Gino Patroni, fondamentalmente “un’opinione”. “C’è chi vive un giorno da leoni, qui al massimo ti fai un giorno da beone”, raccontava sempre lui. Perché Patroni era fondamentalmente il prototipo dello spezzino: caustico, dissacrante, ironico ed irriverente, ma fondamentalmente buono. E appassionato di calcio e dello Spezia. Patroni di football, scriveva e molto e dico la verità, mi sarebbe piaciuto leggerlo ai giorni nostri, raccontare la B, gli Antonio Soda e le sue maniche di camicia tirate su, i Ruggieri, gli Jacopetti, l’ectoplasma di Volpi, Nieto e Guidetti, Giorgi e Mariano, perfino uno come Eliakwu. Ma anche i Mandorlini e GianLuca Coti. Tutti perfettamente ambientati, chi più chi meno chiaro, nei meandri di una città presa dal calcio e dalle sue ansie, con la squadra che in fondo sembra essere un’orchestra al lavoro con tutti i suoi strumenti. Direzione affidata all’allenatore, alla ricerca perenne del fraseggio corale, all’intesa tra i reparti, allo sviluppo del sistema calcio. Il pubblico è lì, ogni Santa domenica o sabato che sia; applaude, esce, ha ancora la musica nelle orecchie e se la porta dentro per una settimana. Scrissi tempo fa che di solito gli spezzini sono tesi a glossare dal lunedì al mercoledì la gara appena passata e dal giovedì a concentrarsi sul quella nuova. Il settimo giorno, in fondo, come tifosi, si riposano, vedendo lo spettacolo e basta. Hanno capito di certo, solo che il calcio ha un suo fascino che deriva dall’ambiguità esistenziale suscitata nel relativo dominio che i piedi, pur calzati adeguatamente, hanno sulla così detta sfera di cuoio. Per dirla alla Osvaldo Soriano, “pensano con i piedi” e così vanno avanti, sine die. Hanno visto passare eroi picareschi, padri della patria, visioni magiche ed irripetibili, bidoni e fregoni. Hanno unito mondi e voci diverse legandoli con la forza della memoria. Alfredo Botti, uno dei più splendidi giornalisti sportivi spezzini, che allora scriveva per Tuttosport, nel 1954 regalò al giornale torinese un fondino, nel quale descriveva i tifosi dello Spezia come potremmo fare noi anche oggi, stessa sostanza: ”Saper dove sta di casa la sfortuna per dirgliene due. Quella stessa che nega a questa folla di tifosi le soddisfazioni che meritano da sempre. Solo il tifoso dello Spezia, tra tutti al mondo, può vedere con occhio benigno ogni cosa calcistica, pur avendola da sempre solo desiderata”. Tutto quello che avete letto, figurine comprese, lo trovate nell’essenza in questo libro, del collega Andrea Fazi. Perché non è solo una carrellata di eventi, ma una moltitudine di sentimenti. E’ l’io fatto noi del calcio, è l’ironia e la malinconia, se è vero che la felicità nel calcio, in fondo, non è altro che la tristezza che fa le capriole. Perché oggi gioisci ma domani rischi la retrocessione e poi via, ancora avanti. E’ un racconto anche familiare, tra amici, tra colleghi, nello stesso ritrovo, uno stadio. E’ la descrizione di un’eterna sfida a campo aperto tra la squadra, la città ed il resto del mondo del calcio. La Spezia e la sua squadra se ne distanziano parecchio, grazie alla creatività ed all’humor tutto locale di coloro che sono deputati a tifare. Quasi un mestiere. Fallimenti, promozioni, retrocessioni, salvezza, vittorie, sconfitte , amarezze; qui troverete di tutto, ma un tutto visto dalla parte del tifoso, che vive e regna dal primo al novantesimo ed oltre. Mai sopraffatto dagli eventi e dal risultato. La città vive sportivamente come poche, perché sa che il pallone la aggrega e la riunisce, la forma, la alimenta. Un popolo mai vinto, capace di amare anche da sconfitto. Perfino quando perdi a Vico Equense. Ricordate gli Spalletti e gli Stabile? Che abbiano solo sfiorato la B poco importa, è solo un fastidioso particolare. Perchè quella era una squadra epica, che disputava un campionato e molto di più, come altre, come le più recenti. Il calcio che questo popolo riesce a far giocare all’Alberto Picco brucia nei muscoli di quelli in campo e nello sguardo di quelli fuori. Sembrano tutti fieri come paracadutisti al termine di ogni partita. Poi alla fine, quando l’arbitro sordo e cieco fischia la chiusura e considera conclusa la serata, resta uno stadio vuoto, che parla comunque e vive, anche se spopolato. Si riempie solamente da altre parti. Negli angoli, nei bar, nei salotti. Come il Dio del calcio, del terzo millennio, comanda.
Venerdì 7 maggio 2010 alle 08:30:24